L’ordinamento europeo si orienta verso una sempre maggiore trasparenza delle istituzioni. In Italia restano invece zone d’ombra, dall’attività delle commissioni parlamentari alla regolamentazione delle lobby e alla valutazione delle politiche pubbliche.
Anche i triloghi diventano pubblici
Per garantire ai cittadini “una migliore conoscenza dell’operato dei pubblici poteri” e, quindi, una più stretta partecipazione ai processi decisionali, l’ordinamento europeo si è progressivamente evoluto verso una maggiore trasparenza delle istituzioni. A ciò hanno contribuito nel tempo anche alcune pronunce dei giudici. L’ultima è la sentenza del tribunale dell’Unione europea che, il 22 marzo scorso, ha consentito l’accesso integrale alle tabelle a quattro colonne redatte nell’ambito dei cosiddetti triloghi, negoziati informali fra i due co-legislatori (Parlamento e Consiglio), finalizzati a raggiungere un’intesa per la successiva adozione formale degli atti legislativi. I negoziati non vengono contemplati dai trattati dell’Unione europea, ma sono diventati comuni nella pratica poiché la soluzione “ufficiale” prevista in caso di divergenza tra le due istituzioni – la“conciliazione”, cui può ricorrersi solo nella fase conclusiva dei lavori- si è dimostrata complessa e poco efficiente. I triloghi – possibili, invece, in ogni fase – hanno reso più spedita la co-decisione, che costituisce la procedura legislativa ordinaria dopo il trattato di Lisbona. Tuttavia, le trattative dei triloghi presentano un aspetto critico in termini di trasparenza: si svolgono a porte chiuse.
Il citato documento a quattro colonne “è l’unico atto che consente sia di tenere traccia di quanto effettivamente accade durante le riunioni, che di conoscere l’evoluzione delle posizioni espresse dalle delegazioni partecipanti”: ma mentre le prime due colonne del documento – proposta della Commissione e posizione del Parlamento – sono pubbliche, le altre due – posizione del Consiglio e proposta di compromesso – sono normalmente segretate. A questo riguardo, in seguito a un’inchiesta sui triloghi svolta nel 2015, il difensore civico europeo ha richiamato a una maggiore trasparenza. E la sentenza di marzo del tribunale dell’UE, sancendo che non esiste una “presunzione generale di non divulgazione” relativamente alle procedure legislative dell’Unione, ha dato ampia applicazione ai principi di pubblicità e trasparenza delle stesse. “L’esercizio da parte dei cittadini dei loro diritti democratici presuppone la possibilità di seguire in dettaglio il processo decisionale all’interno delle istituzioni che partecipano alle procedure legislative e di avere accesso a tutte le informazioni pertinenti” (punto 98). Del resto, in ogni democrazia rappresentativa – UE o ordinamenti nazionali – “la rappresentanza può aver luogo soltanto nella sfera della pubblicità”, non “in segreto e a quattr’occhi”.
La situazione in Italia
Ma qual è il grado di la trasparenza del processo decisionale dei legislatori italiani?
In Italia vige il principio della pubblicità delle sedute delle Camere (articolo 64 Costituzione), per garantire la conoscibilità alle scelte operate, e la tecnologia ha consentito una sempre maggiore informazione sui lavori dell’assemblea. Eppure, restano margini di opacità nell’azione dei decisori. Innanzitutto, vi sono zone d’ombra sul funzionamento delle commissioni parlamentari permanenti, “cuore del processo legislativo(…). È in questi organi che si svolge la maggior parte del lavoro sugli emendamenti, in cui si cercano convergenze politiche e in cui il dibattito entra realmente nel merito delle questioni”. Solo per le sedute delle commissioni in sede deliberante o redigente vi è l’obbligo – non sempre rispettato– del resoconto stenografico (articolo 65 regolamento Camera; articoli 60 e 33 regolamento Senato) e può essere richiesta la pubblicità dei lavori.Invece, se le commissioni si riuniscono in sede referente o consultiva vengono stilati solo “resoconti sommari con molte poche informazioni. La poca accountability e trasparenza è evidente anche nelle votazioni. Il voto elettronico non è la regola, ed è quindi impossibile ricostruire come i membri delle commissioni votino sui singoli emendamenti, articoli, provvedimenti”.
In secondo luogo, in Italia non esiste una disciplina delle lobby e, pertanto, a differenza di quanto accade in UE, vi è totale opacità sulle “pressioni” che influenzano il processo legislativo.
Inoltre, vengono poco e male usati strumenti per la trasparenza della regolamentazione prodotta dal governo: l’analisi di impatto, cioè la valutazione preventiva di costi e benefici delle ipotesi di intervento normativo, mediante comparazione di opzioni alternative; e la verifica di impatto, vale a dire il successivo esame degli effetti prodotti dall’opzione prescelta.
Infine, manca un compiuto “ciclo di valutazione” delle politiche pubbliche, non solo per i profili regolatori, ma soprattutto per quelli inerenti alla definizione del problema da risolvere, agli studi di fattibilità delle diverse ipotesi di azione, al controllo in itineree alla verifica dei risultati: la trasparenza di tale “ciclo” consentirebbe un’effettiva conoscenza dell’operato dei pubblici poteri.
I margini di opacità sui processi decisionali restano, dunque, rilevanti. L’auspicio è che i recenti sviluppi in sede UE verso una maggiore trasparenza possano orientare nel medesimo senso anche l’ambito italiano.
*Le opinioni espresse in questo articolo sono esclusivamente dell’autore e non coinvolgono l’istituzione per cui lavora.
Vitalba Azzolini
07.08.18
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giovedì 31 gennaio 2019
domenica 13 gennaio 2019
Autorità indipendenti, nell’interesse dei cittadini*
Le dimissioni di Mario Nava dalla Consob hanno alimentato il “sospetto inquietante” che si sia trattato solo di uno scontro di potere. Ma le istituzioni indipendenti vanno sottratte a queste logiche Perché hanno un ruolo essenziale nelle economie moderne.
Le dimissioni di Mario Nava
Sulle dimissioni di Mario Nava da presidente della Consob sarebbe opportuno qualche chiarimento.
Pur non avendo avuto occasione per conoscerlo personalmente, non ho dubbi sull’elevatissimo livello professionale di Nava. Ho pensato, e continuo a pensare, che fosse un presidente del tutto idoneo alla carica. Inoltre, le sue dichiarazioni programmatiche dei mesi scorsi, richiamate nel messaggio delle dimissioni, indicano una linea di conduzione della Consob che mi pare molto opportuna per il necessario e urgente rilancio di questa istituzione fondamentale nel sistema finanziario. Le sue dimissioni sono una perdita per l’Italia.
Non mi convince invece, e mi preoccupa, la loro motivazione, cioè il “totale non gradimento politico” che “limita l’azione della Consob in quanto la isola e non permette il raggiungimento degli obiettivi”.
L’espressione è grave, dato che la convivenza di un’autorità indipendente con una maggioranza politica diversa da quella che l’ha nominata è normale nelle democrazie e si è più volte verificata anche in Italia, senza essere stata mai causa di paralisi operativa né di strappi alle scadenze istituzionali.
Che il governo in carica intenda disconoscere l’indipendenza delle autorità indipendenti è un “sospetto inquietante”.
Va in questa direzione l’infelice dichiarazione del ministro Di Maio, pronunciata subito dopo le dimissioni di Nava, che confonde la Commissione europea con la “finanza internazionale” e considera questa e anche quella come antitetiche all’interesse dello Stato. Ma il ministro ha collezionato in pochi mesi così tante dichiarazioni poi smentite che è consigliabile molta cautela prima di considerare un’esternazione a caldo su un social network come un atto di governo.
I gruppi parlamentari dei partiti di maggioranza avevano valutato che la situazione contrattuale del presidente Nava richiedesse le sue dimissioni. In effetti, l’assenza di incompatibilità tra una nomina settennale al vertice di un’autorità indipendente nazionale e la permanenza di un rapporto di lavoro dipendente con un’istituzione europea, pur mitigato da un comando triennale (ma non da un’aspettativa settennale), è opinabile.
La questione poteva essere approfondita sul piano del diritto e su quello della correttezza istituzionale con cautela, che doveva essere tanto maggiore essendovi un ovvio interesse dell’attuale maggioranza a cogliere l’occasione per liberare un posto importante.
Il ruolo delle Autorità
Invece, le dimissioni con la loro motivazione, e poi i commenti e le cronache dei retroscena, tendono proprio a confermare quel “sospetto inquietante” e addirittura a considerare ovvio che sia in atto solo uno scontro di potere, in cui la questione dell’eventuale incompatibilità sarebbe stata unicamente un pretesto.
Sarebbe gravissimo se il mondo della politica e quello dei mezzi d’informazione si rassegnassero a questa logica. Le istituzioni dette “indipendenti” sono essenziali per governare i mercati. La loro indipendenza è limitata entro una missione che è stata fissata dagli organismi elettivi ed esse devono perseguirla seguendo regole e procedure che sono state stabilite in un quadro di consenso istituzionale. Proprio per questo esse operano con un orizzonte temporale slegato dalle vicende politiche e devono essere sottratte alle invasioni di campo estemporanee.
Su questo sarebbe bene che tutte le forze politiche fossero d’accordo, altrimenti facciamo un passo non solo verso l’uscita dall’euro e dall’Unione europea, ma dall’ambito dei paesi che cercano seriamente di governare un’economia moderna nell’interesse dei cittadini.
* Questo articolo è pubblicato anche sulla pagina Linkedin di Pippo Ranci.
Pippo Ranci
21.09.18
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Le dimissioni di Mario Nava
Sulle dimissioni di Mario Nava da presidente della Consob sarebbe opportuno qualche chiarimento.
Pur non avendo avuto occasione per conoscerlo personalmente, non ho dubbi sull’elevatissimo livello professionale di Nava. Ho pensato, e continuo a pensare, che fosse un presidente del tutto idoneo alla carica. Inoltre, le sue dichiarazioni programmatiche dei mesi scorsi, richiamate nel messaggio delle dimissioni, indicano una linea di conduzione della Consob che mi pare molto opportuna per il necessario e urgente rilancio di questa istituzione fondamentale nel sistema finanziario. Le sue dimissioni sono una perdita per l’Italia.
Non mi convince invece, e mi preoccupa, la loro motivazione, cioè il “totale non gradimento politico” che “limita l’azione della Consob in quanto la isola e non permette il raggiungimento degli obiettivi”.
L’espressione è grave, dato che la convivenza di un’autorità indipendente con una maggioranza politica diversa da quella che l’ha nominata è normale nelle democrazie e si è più volte verificata anche in Italia, senza essere stata mai causa di paralisi operativa né di strappi alle scadenze istituzionali.
Che il governo in carica intenda disconoscere l’indipendenza delle autorità indipendenti è un “sospetto inquietante”.
Va in questa direzione l’infelice dichiarazione del ministro Di Maio, pronunciata subito dopo le dimissioni di Nava, che confonde la Commissione europea con la “finanza internazionale” e considera questa e anche quella come antitetiche all’interesse dello Stato. Ma il ministro ha collezionato in pochi mesi così tante dichiarazioni poi smentite che è consigliabile molta cautela prima di considerare un’esternazione a caldo su un social network come un atto di governo.
I gruppi parlamentari dei partiti di maggioranza avevano valutato che la situazione contrattuale del presidente Nava richiedesse le sue dimissioni. In effetti, l’assenza di incompatibilità tra una nomina settennale al vertice di un’autorità indipendente nazionale e la permanenza di un rapporto di lavoro dipendente con un’istituzione europea, pur mitigato da un comando triennale (ma non da un’aspettativa settennale), è opinabile.
La questione poteva essere approfondita sul piano del diritto e su quello della correttezza istituzionale con cautela, che doveva essere tanto maggiore essendovi un ovvio interesse dell’attuale maggioranza a cogliere l’occasione per liberare un posto importante.
Il ruolo delle Autorità
Invece, le dimissioni con la loro motivazione, e poi i commenti e le cronache dei retroscena, tendono proprio a confermare quel “sospetto inquietante” e addirittura a considerare ovvio che sia in atto solo uno scontro di potere, in cui la questione dell’eventuale incompatibilità sarebbe stata unicamente un pretesto.
Sarebbe gravissimo se il mondo della politica e quello dei mezzi d’informazione si rassegnassero a questa logica. Le istituzioni dette “indipendenti” sono essenziali per governare i mercati. La loro indipendenza è limitata entro una missione che è stata fissata dagli organismi elettivi ed esse devono perseguirla seguendo regole e procedure che sono state stabilite in un quadro di consenso istituzionale. Proprio per questo esse operano con un orizzonte temporale slegato dalle vicende politiche e devono essere sottratte alle invasioni di campo estemporanee.
Su questo sarebbe bene che tutte le forze politiche fossero d’accordo, altrimenti facciamo un passo non solo verso l’uscita dall’euro e dall’Unione europea, ma dall’ambito dei paesi che cercano seriamente di governare un’economia moderna nell’interesse dei cittadini.
* Questo articolo è pubblicato anche sulla pagina Linkedin di Pippo Ranci.
Pippo Ranci
21.09.18
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domenica 6 gennaio 2019
Armi in casa: se l’Italia segue il cattivo esempio degli Usa
Negli Stati Uniti è facile per chiunque acquistare un’arma da fuoco. L’influenza politica della Nra blocca qualsiasi iniziativa di regolamentazione più rigida. In Italia la lobby delle armi ai privati agisce da pochi anni. Ma ha già ottenuto successi.
La regolamentazione della detenzione di armi
Un’altra, l’ennesima, strage in America: undici morti in una sinagoga uccisi da uno squilibrato con un fucile semi-automatico. Il messaggio del presidente Trump è stato immediato: ci vogliono più guardie armate e la pena di morte deve essere applicata di più. Nessun commento, invece, sulla regolamentazione delle armi da fuoco.
Il silenzio di Donald Trump sul tema è assordante, perché negli Stati Uniti la regolamentazione si limita a un controllo dei precedenti (background check) per impedire ai negozi di vendere armi ai criminali e agli psicolabili. Ma siccome il 40 per cento delle vendite avviene tra privati, è facile (e legale) ottenere un’arma anche per criminali e psicolabili.
In Italia, stiamo andando nella stessa direzione?
Il decreto legge 104/2018 riduce gli ostacoli alla detenzione di armi in casa: d’ora in avanti, si dovrà soltanto presentare un certificato Asl che attesti l’assenza di malattie mentali. Il decreto è la risposta politica a una promessa elettorale di Matteo Salvini: tutelare l’esercizio della legittima difesa. Il punto ancora più interessante è che durante la campagna elettorale Salvini si è impegnato a consultarsi con la lobby italiana delle armi, rappresentata dal Comitato Direttiva 477 (Associazione per la difesa dei diritti dei detentori legali di armi). Il che ci porta al tema dell’attività di lobbying.
Come agiscono le lobby al tempo dei social
L’associazione Comitato Direttiva 477 promuove gli interessi dei detentori legali di armi. Il sito web non è molto trasparente riguardo alle fonti di finanziamento, però rivela una “collaborazione” con varie associazioni di armaioli e di commercianti del settore. Ed è membro di Firearms United, l’associazione a livello europeo. La missione di Firearms United è esplicita: bloccare regolamentazioni europee tese a ridurre l’accesso alle armi da fuoco.
Negli Stati Uniti, i detentori di armi da fuoco sono invece rappresentati dalla National Rifle Association. L’associazione, fondata nel 1871, si definisce “la più antica organizzazione dei diritti civili degli Usa”. È una delle lobby americane più influenti a livello elettorale, più di altre industrie che pure hanno giri d’affari molto più consistenti.
Il potere politico della Nra non deriva dal denaro, ma dalla capacità di mobilitare e coordinare attivisti a livello locale contro qualsiasi candidato che si schieri a favore di una maggiore regolamentazione delle armi. Il suo potere è quindi limitato a circoscrizioni rurali, dove ci sono tanti attivisti (cacciatori) e l’arma da fuoco è vista come una protezione e anche come uno stile di vita (andare a caccia con i figli). Ma siccome negli Usa le circoscrizioni rurali sono tante, la lobby è una potenza a livello nazionale. Dunque, c’è un filo diretto fra la potenza politica della Nra e la regolamentazione (debole) delle armi da fuoco.
In Italia, la lobby dei detentori di armi non è ancora potente come la Nra. Però, se si considera che è stata fondata solo tre anni fa, si può dire che sta avendo un notevole successo. Come negli Usa, anche nel nostro paese la lobby è politicamente influente perché è capace di coordinare consenso e portare voti. Si tratta di un fenomeno nuovo e diverso dalle lobby “tradizionali” dei settori industriali. Un tempo, poche lobby erano in grado di organizzare direttamente il consenso a causa della difficoltà di raggiungere il votante. Il consenso veniva coordinato dai mass media e attraverso i partiti politici. Oggi invece social media, email, messaging facilitano un contatto diretto con i cittadini e quindi i gruppi di pressione che vengono “dal basso”, cioè dai consumatori invece che dai produttori, hanno una influenza sempre crescente. Non a caso, Comitato Direttiva 477 rappresenta i detentori e non i produttori di armi.
Se i nuovi media favoriscono il nuovo tipo di lobbying “dei consumatori” rispetto a quello “dei produttori”, cosa possiamo aspettarci riguardo alla regolamentazione delle armi da fuoco? Se una lobby raccoglie istanze molto sentite da alcuni consumatori, sarà più capace di mobilitarli e quindi più potente rispetto a un gruppo di consumatori magari molto più grande, ma meno motivato. Nel caso delle armi, è probabile che chi le detiene o le vuole detenere (cacciatori, appassionati) sia molto più motivato della persona media che alle armi pensa poco e magari è contrario al loro uso. E dunque sarà più facile per un lobbista operare a favore del gruppo di votanti che vuole le armi e convincere i politici che questo gruppo di cittadini voterà a seconda delle scelte sulla regolamentazione delle armi.
Se l’analisi è corretta, allora possiamo aspettarci che la giovane lobby dei possessori di armi in futuro acquisterà maggiore potere politico anche nel nostro paese. E quindi si può prevedere che sulla regolamentazione delle armi da fuoco, l’Italia si muoverà nella direzione degli Stati Uniti.
Nicola Persico
30.10.18
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La regolamentazione della detenzione di armi
Un’altra, l’ennesima, strage in America: undici morti in una sinagoga uccisi da uno squilibrato con un fucile semi-automatico. Il messaggio del presidente Trump è stato immediato: ci vogliono più guardie armate e la pena di morte deve essere applicata di più. Nessun commento, invece, sulla regolamentazione delle armi da fuoco.
Il silenzio di Donald Trump sul tema è assordante, perché negli Stati Uniti la regolamentazione si limita a un controllo dei precedenti (background check) per impedire ai negozi di vendere armi ai criminali e agli psicolabili. Ma siccome il 40 per cento delle vendite avviene tra privati, è facile (e legale) ottenere un’arma anche per criminali e psicolabili.
In Italia, stiamo andando nella stessa direzione?
Il decreto legge 104/2018 riduce gli ostacoli alla detenzione di armi in casa: d’ora in avanti, si dovrà soltanto presentare un certificato Asl che attesti l’assenza di malattie mentali. Il decreto è la risposta politica a una promessa elettorale di Matteo Salvini: tutelare l’esercizio della legittima difesa. Il punto ancora più interessante è che durante la campagna elettorale Salvini si è impegnato a consultarsi con la lobby italiana delle armi, rappresentata dal Comitato Direttiva 477 (Associazione per la difesa dei diritti dei detentori legali di armi). Il che ci porta al tema dell’attività di lobbying.
Come agiscono le lobby al tempo dei social
L’associazione Comitato Direttiva 477 promuove gli interessi dei detentori legali di armi. Il sito web non è molto trasparente riguardo alle fonti di finanziamento, però rivela una “collaborazione” con varie associazioni di armaioli e di commercianti del settore. Ed è membro di Firearms United, l’associazione a livello europeo. La missione di Firearms United è esplicita: bloccare regolamentazioni europee tese a ridurre l’accesso alle armi da fuoco.
Negli Stati Uniti, i detentori di armi da fuoco sono invece rappresentati dalla National Rifle Association. L’associazione, fondata nel 1871, si definisce “la più antica organizzazione dei diritti civili degli Usa”. È una delle lobby americane più influenti a livello elettorale, più di altre industrie che pure hanno giri d’affari molto più consistenti.
Il potere politico della Nra non deriva dal denaro, ma dalla capacità di mobilitare e coordinare attivisti a livello locale contro qualsiasi candidato che si schieri a favore di una maggiore regolamentazione delle armi. Il suo potere è quindi limitato a circoscrizioni rurali, dove ci sono tanti attivisti (cacciatori) e l’arma da fuoco è vista come una protezione e anche come uno stile di vita (andare a caccia con i figli). Ma siccome negli Usa le circoscrizioni rurali sono tante, la lobby è una potenza a livello nazionale. Dunque, c’è un filo diretto fra la potenza politica della Nra e la regolamentazione (debole) delle armi da fuoco.
In Italia, la lobby dei detentori di armi non è ancora potente come la Nra. Però, se si considera che è stata fondata solo tre anni fa, si può dire che sta avendo un notevole successo. Come negli Usa, anche nel nostro paese la lobby è politicamente influente perché è capace di coordinare consenso e portare voti. Si tratta di un fenomeno nuovo e diverso dalle lobby “tradizionali” dei settori industriali. Un tempo, poche lobby erano in grado di organizzare direttamente il consenso a causa della difficoltà di raggiungere il votante. Il consenso veniva coordinato dai mass media e attraverso i partiti politici. Oggi invece social media, email, messaging facilitano un contatto diretto con i cittadini e quindi i gruppi di pressione che vengono “dal basso”, cioè dai consumatori invece che dai produttori, hanno una influenza sempre crescente. Non a caso, Comitato Direttiva 477 rappresenta i detentori e non i produttori di armi.
Se i nuovi media favoriscono il nuovo tipo di lobbying “dei consumatori” rispetto a quello “dei produttori”, cosa possiamo aspettarci riguardo alla regolamentazione delle armi da fuoco? Se una lobby raccoglie istanze molto sentite da alcuni consumatori, sarà più capace di mobilitarli e quindi più potente rispetto a un gruppo di consumatori magari molto più grande, ma meno motivato. Nel caso delle armi, è probabile che chi le detiene o le vuole detenere (cacciatori, appassionati) sia molto più motivato della persona media che alle armi pensa poco e magari è contrario al loro uso. E dunque sarà più facile per un lobbista operare a favore del gruppo di votanti che vuole le armi e convincere i politici che questo gruppo di cittadini voterà a seconda delle scelte sulla regolamentazione delle armi.
Se l’analisi è corretta, allora possiamo aspettarci che la giovane lobby dei possessori di armi in futuro acquisterà maggiore potere politico anche nel nostro paese. E quindi si può prevedere che sulla regolamentazione delle armi da fuoco, l’Italia si muoverà nella direzione degli Stati Uniti.
Nicola Persico
30.10.18
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lunedì 31 dicembre 2018
Così la legge di bilancio cambia la finanza locale
Semplificazione delle regole fiscali, rilancio degli investimenti e sblocco delle aliquote delle imposte locali: sono le misure principali della legge di bilancio per regioni ed enti locali. Il rischio è che restino solo provvedimenti sulla carta.
I principali interventi
Il disegno di legge di bilancio modifica alcuni aspetti importanti che interessano regioni e altri enti locali. Gli interventi più rilevanti riguardano sicuramente l’ulteriore semplificazione delle regole fiscali, dopo l’eliminazione del patto di stabilità nel 2016, il rilancio degli investimenti e lo sblocco della possibilità di variare le aliquote delle imposte locali. Dal punto di vista mediatico, tuttavia, l’attenzione si è soffermata in particolare sul taglio dei trasferimenti agli enti locali qualora questi non riducano, a loro volta, i vitalizi. Se quest’ultimo punto comporta – eventuali – risparmi molto modesti, gli altri sono interventi con forti potenzialità, ma che rischiano di restare solo sulla carta. Cerchiamo di capire il perché, anche con l’aiuto delle audizioni della Corte dei conti, dell’Istat e dell’Ufficio parlamentare di bilancio.
Per quanto riguarda la semplificazione delle regole fiscali (articolo 60), fondamentale è stato probabilmente il ruolo di una serie di sentenze della Consulta (la 247/2017 e la 101/2018) sulla piena disponibilità per gli enti locali sia degli avanzi di amministrazione sia delle risorse presenti nel fondo pluriennale vincolato. Di qui, la ridefinizione della regola del pareggio di bilancio esclusivamente in termini di saldo di bilancio di competenza, che deve essere non negativo (la norma si applica a tutti gli enti dal 2019, salvo le regioni a statuto ordinario per cui la regola parte dal 2020). Si tratta di una misura che – nella speranza che i fondi liberati siano effettivamente utilizzati – comporta nuovi oneri, stimati per 400 milioni di euro nel 2020, 700 milioni nel 2012 e poi in crescita negli anni successivi (oltre 11 miliardi cumulati nei primi 10 anni e 1,5 miliardi annui dal 2028 in poi).
Per quanto riguarda il rilancio degli investimenti (articoli 61 e 70), invece, nell’intenzione del legislatore ciò avverrà attraverso la riduzione del contributo delle regioni a statuto ordinario alla finanza pubblica (750 milioni di euro nel 2019) e con l’assegnazione di fondi per gli investimenti – che possono essere diretti o indiretti – pari 2,5 miliardi di euro nel 2020 e a 1,7 miliardi nel 2021.
Nello stesso tempo, non è prorogato il blocco all’uso della leva fiscale, vale a dire della possibilità di aumentare le aliquote delle imposte locali, che era in vigore dal 2016.
Le potenzialità di queste misure sono evidenti, anche se non mancano le criticità. La prima è dovuta al fatto che lo svincolo degli avanzi di amministrazione potrebbe tradursi non solo – o non tanto – in aumento degli investimenti, bensì in mero incremento della spesa corrente, probabilmente un effetto perverso delle previsioni governative. Inoltre, liberare la leva fiscale (questa misura sì invece direttamente collegata alla possibilità degli enti di personalizzare la propria spesa corrente) potrebbe tradursi in aumento eccessivo dello sforzo fiscale per quegli enti con pochi o nulli avanzi di amministrazione disponibili ma desiderosi comunque, anche solo per motivi elettorali, di poter ricominciare a espandere la propria dimensione.
Le misure simboliche
Più modesta appare la portata di altre misure, che pure hanno trovato una certa attenzione mediatica. Da un lato, la “piena attuazione dei principi in materia di autonomia di entrata delle regioni a statuto ordinario”, così come stabiliti dal Dlgs 68/2011, vale a dire il decreto attuativo della legge delega 42/2009 sull’applicazione dell’articolo 119 della Costituzione (articolo 72). È una previsione che non comporta spesa o oneri per lo stato e che rimanda le proposte operative al lavoro di un apposito tavolo tecnico. Probabilmente è una buona idea, per dare continuità e omogeneità a un quadro ancora frammentario e incompleto nella finanza regionale. Ma certamente sarebbe stata realizzabile anche senza un articolo dedicato nella legge di bilancio.
Dall’altro lato, c’è l’incentivo alla riduzione dei costi della politica nelle regioni a statuto speciale e ordinario e nelle province autonome: l’articolo 75 prevede che una quota pari all’80 per cento dei trasferimenti erariali disposti a loro favore – al netto tuttavia di quelli destinati alla sanità, alle politiche sociali al trasporto pubblico (di fatto, ben oltre il 90 per cento del bilancio regionale) – sia vincolata alla ridefinizione dei trattamenti previdenziali e dei vitalizi del personale politico degli enti. I risparmi attesi dall’operazione non vengono nemmeno quantificati dalla relazione tecnica, tanta è l’importanza reale attribuita al provvedimento o alla speranza che venga attuato.
Paolo Balduzzi
16.11.18
www.lavoce.info
I principali interventi
Il disegno di legge di bilancio modifica alcuni aspetti importanti che interessano regioni e altri enti locali. Gli interventi più rilevanti riguardano sicuramente l’ulteriore semplificazione delle regole fiscali, dopo l’eliminazione del patto di stabilità nel 2016, il rilancio degli investimenti e lo sblocco della possibilità di variare le aliquote delle imposte locali. Dal punto di vista mediatico, tuttavia, l’attenzione si è soffermata in particolare sul taglio dei trasferimenti agli enti locali qualora questi non riducano, a loro volta, i vitalizi. Se quest’ultimo punto comporta – eventuali – risparmi molto modesti, gli altri sono interventi con forti potenzialità, ma che rischiano di restare solo sulla carta. Cerchiamo di capire il perché, anche con l’aiuto delle audizioni della Corte dei conti, dell’Istat e dell’Ufficio parlamentare di bilancio.
Per quanto riguarda la semplificazione delle regole fiscali (articolo 60), fondamentale è stato probabilmente il ruolo di una serie di sentenze della Consulta (la 247/2017 e la 101/2018) sulla piena disponibilità per gli enti locali sia degli avanzi di amministrazione sia delle risorse presenti nel fondo pluriennale vincolato. Di qui, la ridefinizione della regola del pareggio di bilancio esclusivamente in termini di saldo di bilancio di competenza, che deve essere non negativo (la norma si applica a tutti gli enti dal 2019, salvo le regioni a statuto ordinario per cui la regola parte dal 2020). Si tratta di una misura che – nella speranza che i fondi liberati siano effettivamente utilizzati – comporta nuovi oneri, stimati per 400 milioni di euro nel 2020, 700 milioni nel 2012 e poi in crescita negli anni successivi (oltre 11 miliardi cumulati nei primi 10 anni e 1,5 miliardi annui dal 2028 in poi).
Per quanto riguarda il rilancio degli investimenti (articoli 61 e 70), invece, nell’intenzione del legislatore ciò avverrà attraverso la riduzione del contributo delle regioni a statuto ordinario alla finanza pubblica (750 milioni di euro nel 2019) e con l’assegnazione di fondi per gli investimenti – che possono essere diretti o indiretti – pari 2,5 miliardi di euro nel 2020 e a 1,7 miliardi nel 2021.
Nello stesso tempo, non è prorogato il blocco all’uso della leva fiscale, vale a dire della possibilità di aumentare le aliquote delle imposte locali, che era in vigore dal 2016.
Le potenzialità di queste misure sono evidenti, anche se non mancano le criticità. La prima è dovuta al fatto che lo svincolo degli avanzi di amministrazione potrebbe tradursi non solo – o non tanto – in aumento degli investimenti, bensì in mero incremento della spesa corrente, probabilmente un effetto perverso delle previsioni governative. Inoltre, liberare la leva fiscale (questa misura sì invece direttamente collegata alla possibilità degli enti di personalizzare la propria spesa corrente) potrebbe tradursi in aumento eccessivo dello sforzo fiscale per quegli enti con pochi o nulli avanzi di amministrazione disponibili ma desiderosi comunque, anche solo per motivi elettorali, di poter ricominciare a espandere la propria dimensione.
Le misure simboliche
Più modesta appare la portata di altre misure, che pure hanno trovato una certa attenzione mediatica. Da un lato, la “piena attuazione dei principi in materia di autonomia di entrata delle regioni a statuto ordinario”, così come stabiliti dal Dlgs 68/2011, vale a dire il decreto attuativo della legge delega 42/2009 sull’applicazione dell’articolo 119 della Costituzione (articolo 72). È una previsione che non comporta spesa o oneri per lo stato e che rimanda le proposte operative al lavoro di un apposito tavolo tecnico. Probabilmente è una buona idea, per dare continuità e omogeneità a un quadro ancora frammentario e incompleto nella finanza regionale. Ma certamente sarebbe stata realizzabile anche senza un articolo dedicato nella legge di bilancio.
Dall’altro lato, c’è l’incentivo alla riduzione dei costi della politica nelle regioni a statuto speciale e ordinario e nelle province autonome: l’articolo 75 prevede che una quota pari all’80 per cento dei trasferimenti erariali disposti a loro favore – al netto tuttavia di quelli destinati alla sanità, alle politiche sociali al trasporto pubblico (di fatto, ben oltre il 90 per cento del bilancio regionale) – sia vincolata alla ridefinizione dei trattamenti previdenziali e dei vitalizi del personale politico degli enti. I risparmi attesi dall’operazione non vengono nemmeno quantificati dalla relazione tecnica, tanta è l’importanza reale attribuita al provvedimento o alla speranza che venga attuato.
Paolo Balduzzi
16.11.18
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lunedì 24 dicembre 2018
Come risolvere il dilemma dei compiti a casa
Compiti a casa sì o no? Secondo gli studi e le indagini internazionali hanno vantaggi e svantaggi. Ma le soluzioni alternative ci sono e spetta ai responsabili delle politiche educative decidere. Certo non è un tema da affrontare con una circolare.
Le ragioni degli insegnanti
Con le vacanze di Natale torna la polemica sui compiti a casa. Vissuti solitamente come una iattura dagli studenti e come motivo di stress dai genitori, a volte catturano anche l’attenzione dei responsabili delle politiche educative. L’ultimo è il ministro Bussetti che ha annunciato una circolare in merito, ma prima di lui già il ministro Profumo si era detto contrario a eccessivi carichi di lavoro a casa per gli studenti. I docenti, però, continuano in larga parte a fare affidamento sui compiti a casa, confidando che gli studenti svolgano una quota di studio in autonomia.
Una delle ragioni è che, nella ricerca del metodo di studio per sé più congeniale, ogni studente deve imparare ad alternare il lavoro condiviso svolto in classe con momenti di apprendimento autonomo. I compiti a casa favoriscono questa seconda pratica. Da tempo, la ricerca ha poi messo in evidenza come le interruzioni (più o meno lunghe) delle attività scolastiche comportino un decadimento dei livelli di apprendimento (learning decay/skills deterioration). Alcuni studi quantificano quello dopo le vacanze estive in media nell’equivalente di un mese di scuola. L’arretramento non colpisce allo stesso modo tutti gli studenti e ogni tipo di competenza: cresce al crescere del grado scolastico (perché nozioni, saperi e metodi diventano via via più complessi); è più accentuato in matematica; colpisce maggiormente chi ha profili di competenza più fragili (perché è più facile preservare il proprio livello di competenza quando è già elevato) e chi ha un retroterra familiare meno avvantaggiato (perché solitamente meno esposto a stimoli educativi in ambiente domestico).
È anche per scongiurare questi rischi che i docenti fanno ricorso ai compiti a casa.
Ma i compiti a casa fanno davvero bene?
Per le indagini internazionali sui livelli di apprendimento, gli studenti italiani sono tra quelli che dichiarano un elevato carico di lavoro in forma di compiti a casa. Secondo IEA Trends in International Mathematics and Science Study del 2015, i ragazzi di terza media (grado 8) che dichiarano di dedicare fino a 45 minuti la settimana ai compiti a casa di matematica hanno 486 come punteggio nei test (significativamente sotto la media internazionale di 500); chi dichiara un impegno domestico tra i 45 minuti e le 3 ore la settimana sale a 502; scende invece di nuovo a 488 chi dice di studiare la matematica oltre 3 ore alla settimana. Dunque, i compiti a casa fanno bene agli apprendimenti, ma per evitare effetti indesiderati è meglio non eccedere.
C’è anche un altro effetto collaterale indesiderato. I compiti a casa sono uno dei canali attraverso i quali si allargano i divari di apprendimento tra studenti con diverso retroterra socio-culturale. Sempre Timss ci dice che, rispetto a uno studente con genitori istruiti fino alla licenza media, un figlio di diplomati ha una probabilità del 15 per cento più alta di dichiarare un maggior tempo speso a fare i compiti a casa (+23 per cento per un figlio di laureati). Peraltro, anche senza tempo disponibile, i genitori più istruiti (spesso con condizioni di reddito più favorevoli) possono ricorrere con più agio a “lezioni private” per aiutare i figli nello studio a casa.
Risultati analoghi si registrano anche alle superiori (si veda l’indagine Ocse Pisa).
Si può farne a meno?
Le evidenze indicano anche alcuni possibili rimedi alla caduta degli apprendimenti dovuta alle pause scolastiche e agli effetti deleteri associati a un eccessivo carico di compiti a casa.
A livello istituzionale, si potrebbe rimodulare il calendario scolastico così da non avere pause lunghe e concentrate, ma più brevi e spalmate sull’intero anno. È una soluzione già adottata in molti paesi; in Italia però richiederebbe cambiamenti non banali anche in termini di edilizia scolastica e spazi educativi.
Un altro rimedio ha a che fare con l’estensione del tempo scuola alle ore pomeridiane non per svolgere attività ordinaria, ma per individualizzare l’offerta formativa con attività integrative e di recupero per chi è in ritardo e attività di potenziamento e approfondimento per gli altri. In alcune scuole italiane è già una buona pratica; se fosse istituzionalizzata potrebbe dare un senso all’organico dell’autonomia che oggi “un senso non ce l’ha”. Non a caso nelle scuole primarie, dove il tempo scuola è più esteso e l’impianto pedagogico è diverso, il ricorso ad attività di studio extra-scolastiche è più limitato rispetto alle medie (fonte: Timss 2015 grado 4 rispetto a grado 8). Alle medie, dove i saperi si frammentano e si aprono i gap di apprendimento che determineranno le scelte future e i destini educativi, il tempo pieno/lungo/prolungato è una chimera e comincia a crescere il carico dei compiti a casa, con tutte le conseguenze del caso.
Dunque, le soluzioni esistono e sono nelle mani dei responsabili delle politiche educative; ma non sono temi che si possano affrontare con una circolare ministeriale.
Gianfranco De Simone
14.12.2018
www.lavoce.info
Le ragioni degli insegnanti
Con le vacanze di Natale torna la polemica sui compiti a casa. Vissuti solitamente come una iattura dagli studenti e come motivo di stress dai genitori, a volte catturano anche l’attenzione dei responsabili delle politiche educative. L’ultimo è il ministro Bussetti che ha annunciato una circolare in merito, ma prima di lui già il ministro Profumo si era detto contrario a eccessivi carichi di lavoro a casa per gli studenti. I docenti, però, continuano in larga parte a fare affidamento sui compiti a casa, confidando che gli studenti svolgano una quota di studio in autonomia.
Una delle ragioni è che, nella ricerca del metodo di studio per sé più congeniale, ogni studente deve imparare ad alternare il lavoro condiviso svolto in classe con momenti di apprendimento autonomo. I compiti a casa favoriscono questa seconda pratica. Da tempo, la ricerca ha poi messo in evidenza come le interruzioni (più o meno lunghe) delle attività scolastiche comportino un decadimento dei livelli di apprendimento (learning decay/skills deterioration). Alcuni studi quantificano quello dopo le vacanze estive in media nell’equivalente di un mese di scuola. L’arretramento non colpisce allo stesso modo tutti gli studenti e ogni tipo di competenza: cresce al crescere del grado scolastico (perché nozioni, saperi e metodi diventano via via più complessi); è più accentuato in matematica; colpisce maggiormente chi ha profili di competenza più fragili (perché è più facile preservare il proprio livello di competenza quando è già elevato) e chi ha un retroterra familiare meno avvantaggiato (perché solitamente meno esposto a stimoli educativi in ambiente domestico).
È anche per scongiurare questi rischi che i docenti fanno ricorso ai compiti a casa.
Ma i compiti a casa fanno davvero bene?
Per le indagini internazionali sui livelli di apprendimento, gli studenti italiani sono tra quelli che dichiarano un elevato carico di lavoro in forma di compiti a casa. Secondo IEA Trends in International Mathematics and Science Study del 2015, i ragazzi di terza media (grado 8) che dichiarano di dedicare fino a 45 minuti la settimana ai compiti a casa di matematica hanno 486 come punteggio nei test (significativamente sotto la media internazionale di 500); chi dichiara un impegno domestico tra i 45 minuti e le 3 ore la settimana sale a 502; scende invece di nuovo a 488 chi dice di studiare la matematica oltre 3 ore alla settimana. Dunque, i compiti a casa fanno bene agli apprendimenti, ma per evitare effetti indesiderati è meglio non eccedere.
C’è anche un altro effetto collaterale indesiderato. I compiti a casa sono uno dei canali attraverso i quali si allargano i divari di apprendimento tra studenti con diverso retroterra socio-culturale. Sempre Timss ci dice che, rispetto a uno studente con genitori istruiti fino alla licenza media, un figlio di diplomati ha una probabilità del 15 per cento più alta di dichiarare un maggior tempo speso a fare i compiti a casa (+23 per cento per un figlio di laureati). Peraltro, anche senza tempo disponibile, i genitori più istruiti (spesso con condizioni di reddito più favorevoli) possono ricorrere con più agio a “lezioni private” per aiutare i figli nello studio a casa.
Risultati analoghi si registrano anche alle superiori (si veda l’indagine Ocse Pisa).
Si può farne a meno?
Le evidenze indicano anche alcuni possibili rimedi alla caduta degli apprendimenti dovuta alle pause scolastiche e agli effetti deleteri associati a un eccessivo carico di compiti a casa.
A livello istituzionale, si potrebbe rimodulare il calendario scolastico così da non avere pause lunghe e concentrate, ma più brevi e spalmate sull’intero anno. È una soluzione già adottata in molti paesi; in Italia però richiederebbe cambiamenti non banali anche in termini di edilizia scolastica e spazi educativi.
Un altro rimedio ha a che fare con l’estensione del tempo scuola alle ore pomeridiane non per svolgere attività ordinaria, ma per individualizzare l’offerta formativa con attività integrative e di recupero per chi è in ritardo e attività di potenziamento e approfondimento per gli altri. In alcune scuole italiane è già una buona pratica; se fosse istituzionalizzata potrebbe dare un senso all’organico dell’autonomia che oggi “un senso non ce l’ha”. Non a caso nelle scuole primarie, dove il tempo scuola è più esteso e l’impianto pedagogico è diverso, il ricorso ad attività di studio extra-scolastiche è più limitato rispetto alle medie (fonte: Timss 2015 grado 4 rispetto a grado 8). Alle medie, dove i saperi si frammentano e si aprono i gap di apprendimento che determineranno le scelte future e i destini educativi, il tempo pieno/lungo/prolungato è una chimera e comincia a crescere il carico dei compiti a casa, con tutte le conseguenze del caso.
Dunque, le soluzioni esistono e sono nelle mani dei responsabili delle politiche educative; ma non sono temi che si possano affrontare con una circolare ministeriale.
Gianfranco De Simone
14.12.2018
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martedì 18 dicembre 2018
Quel senso di ingiustizia che anima la protesta dei gilet gialli
La tassa sui carburanti che ha innescato la protesta dei gilet gialli è solo la punta dell’iceberg di un diffuso senso di iniquità. Ma è desolante che alle richieste di chi si sente escluso e lasciato indietro si risponda solo con ricette populiste.
Dall’economia due verità sgradevoli
Le proteste dei gilet gialli sono state uno degli argomenti di cui si è più discusso nelle ultime settimane, fino a indurre il presidente francese Macron a presentarsi in televisione per dire che ha capito le ragioni dei manifestanti e che adotterà misure per venire incontro alle loro esigenze. L’innesco delle proteste è stato un aumento delle tasse sui carburanti, che penalizzano specialmente chi abita nelle periferie, e quindi usa l’auto per andare al lavoro, e i proprietari di auto più inquinanti. Proprio in questa settimana c’è stata la Nobel lecture di William Nordhaus, che l’Accademia di Stoccolma ha premiato per i suoi studi sul cambiamento climatico. Val la pena di riportare una citazione: “L’economia mostra una verità sconveniente sulle politiche sul cambiamento climatico: per essere efficaci esse devono aumentare il prezzo della CO2 e, così facendo, correggere l’esternalità del mercato. Se si vuole essere efficaci, il prezzo deve aumentare”.
Gli eventi francesi suggeriscono però anche un’altra verità sgradevole: l’aumento di prezzo dei carburanti rischia di penalizzare soprattutto i più poveri. Un obiettivo come quello di limitare i danni del cambiamento climatico rischia di essere percepito come un ulteriore fattore che genera iniquità. Pensare al futuro del pianeta è una preoccupazione riservata solo ai ricchi?
Il contrasto irrisolto tra efficienza ed equità
Negli scorsi giorni un altro premio Nobel, Jean Tirole, ha scritto un articolo sul Journal du Dimanche in cui elenca alcune proposte volte ad attenuare l’impatto della tassa sui carburanti sui meno abbienti: per esempio, ridurre il carico fiscale togliendo alcune delle imposte più distorsive e meno efficaci, come gli oneri fiscali che gravano su imprese e lavoratori, dare un bonus energia ai più bisognosi per far fronte all’aumento dei carburanti, facilitare l’accesso al credito per chi volesse dotarsi di tecnologie meno inquinanti, usare il gettito della tassa sui carburanti per opere di adattamento e di attenuazione dell’impatto del cambiamento climatico.
Ma il problema del diffuso senso di mancanza di equità del sistema economico, nota Tirole, è più ampio di quello legato alla tassa sui carburanti. Infatti la protesta dei gilet gialli, partita da lì, si è spostata su un piano più ambizioso, quello del recupero del potere di acquisto, anche attraverso una netta riduzione della pressione fiscale.
Ma come si può ridurre la pressione fiscale sui più poveri senza privare i cittadini di servizi essenziali? Un primo elemento è quello di fare pagare di più i ricchi. La decisione di Emmanuel Macron di riformare alleggerendo una forma di tassazione patrimoniale ha esacerbato il senso di iniquità dei cittadini francesi. Tuttavia, in passato quell’imposta ha garantito un gettito limitato. Per dare maggiori entrate dovrebbe probabilmente colpire una platea più ampia, con le ovvie conseguenze in termini di consenso. Inoltre, afferma Tirole, occorre spendere meglio, tagliando i programmi di spesa meno efficaci. “Vaste programme”, verrebbe da dire sulla base dell’esperienza italiana della spending review. Infine, e forse è questo il punto più importante, occorre ricordare a tutti che l’economia non è un gioco a somma zero. Le riforme per aumentare la produttività e quindi la crescita sono essenziali. Ma anche in questo caso, non c’è da essere ottimisti. Troppe volte i governi hanno parlato negli anni passati di riforme strutturali senza che poi i cittadini ne abbiano visto gli effetti e oggi molti di loro provano fastidio solo a sentirle nominare.
Il contrasto tra efficienza ed equità non è certo un tema nuovo in economia. Ma è desolante osservare che alle richieste di chi si sente escluso e lasciato indietro oggi siano offerte solo le ricette populiste, come il protezionismo o l’assistenzialismo. La combinazione di fallimento dei mercati e della politica rischia di avere conseguenze difficilmente prevedibili e non certo in senso positivo.
Fausto Pannunzi
14.12.18
www.lavoce.info
Dall’economia due verità sgradevoli
Le proteste dei gilet gialli sono state uno degli argomenti di cui si è più discusso nelle ultime settimane, fino a indurre il presidente francese Macron a presentarsi in televisione per dire che ha capito le ragioni dei manifestanti e che adotterà misure per venire incontro alle loro esigenze. L’innesco delle proteste è stato un aumento delle tasse sui carburanti, che penalizzano specialmente chi abita nelle periferie, e quindi usa l’auto per andare al lavoro, e i proprietari di auto più inquinanti. Proprio in questa settimana c’è stata la Nobel lecture di William Nordhaus, che l’Accademia di Stoccolma ha premiato per i suoi studi sul cambiamento climatico. Val la pena di riportare una citazione: “L’economia mostra una verità sconveniente sulle politiche sul cambiamento climatico: per essere efficaci esse devono aumentare il prezzo della CO2 e, così facendo, correggere l’esternalità del mercato. Se si vuole essere efficaci, il prezzo deve aumentare”.
Gli eventi francesi suggeriscono però anche un’altra verità sgradevole: l’aumento di prezzo dei carburanti rischia di penalizzare soprattutto i più poveri. Un obiettivo come quello di limitare i danni del cambiamento climatico rischia di essere percepito come un ulteriore fattore che genera iniquità. Pensare al futuro del pianeta è una preoccupazione riservata solo ai ricchi?
Il contrasto irrisolto tra efficienza ed equità
Negli scorsi giorni un altro premio Nobel, Jean Tirole, ha scritto un articolo sul Journal du Dimanche in cui elenca alcune proposte volte ad attenuare l’impatto della tassa sui carburanti sui meno abbienti: per esempio, ridurre il carico fiscale togliendo alcune delle imposte più distorsive e meno efficaci, come gli oneri fiscali che gravano su imprese e lavoratori, dare un bonus energia ai più bisognosi per far fronte all’aumento dei carburanti, facilitare l’accesso al credito per chi volesse dotarsi di tecnologie meno inquinanti, usare il gettito della tassa sui carburanti per opere di adattamento e di attenuazione dell’impatto del cambiamento climatico.
Ma il problema del diffuso senso di mancanza di equità del sistema economico, nota Tirole, è più ampio di quello legato alla tassa sui carburanti. Infatti la protesta dei gilet gialli, partita da lì, si è spostata su un piano più ambizioso, quello del recupero del potere di acquisto, anche attraverso una netta riduzione della pressione fiscale.
Ma come si può ridurre la pressione fiscale sui più poveri senza privare i cittadini di servizi essenziali? Un primo elemento è quello di fare pagare di più i ricchi. La decisione di Emmanuel Macron di riformare alleggerendo una forma di tassazione patrimoniale ha esacerbato il senso di iniquità dei cittadini francesi. Tuttavia, in passato quell’imposta ha garantito un gettito limitato. Per dare maggiori entrate dovrebbe probabilmente colpire una platea più ampia, con le ovvie conseguenze in termini di consenso. Inoltre, afferma Tirole, occorre spendere meglio, tagliando i programmi di spesa meno efficaci. “Vaste programme”, verrebbe da dire sulla base dell’esperienza italiana della spending review. Infine, e forse è questo il punto più importante, occorre ricordare a tutti che l’economia non è un gioco a somma zero. Le riforme per aumentare la produttività e quindi la crescita sono essenziali. Ma anche in questo caso, non c’è da essere ottimisti. Troppe volte i governi hanno parlato negli anni passati di riforme strutturali senza che poi i cittadini ne abbiano visto gli effetti e oggi molti di loro provano fastidio solo a sentirle nominare.
Il contrasto tra efficienza ed equità non è certo un tema nuovo in economia. Ma è desolante osservare che alle richieste di chi si sente escluso e lasciato indietro oggi siano offerte solo le ricette populiste, come il protezionismo o l’assistenzialismo. La combinazione di fallimento dei mercati e della politica rischia di avere conseguenze difficilmente prevedibili e non certo in senso positivo.
Fausto Pannunzi
14.12.18
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martedì 17 aprile 2018
I puntini sulle I
Torno dall'aldilà politico riapparendo per puntualizzare una questione che mi riguarda direttamente. Nei giorni scorsi ho appreso dell'assoluzione di Paolo Dorigo, sindacalista Cobas, dall'accusa di interruzione di pubblici uffici, per via di un Consiglio Comunale un po' movimentato nel 2012 (!) in occasione della questione dell'occupazione di alcuni locali comunali da parte di una famiglia di immigrati. Dal Marocco mi pare, ma non è questo l'importante. Comunque rimando agli articoli di stampa sotto riportati per ricostruire la vicenda. Per la questione intervenne anche quel gran pezzo di storia televisiva che fu la trasmissione "Quinta Colonna". All'epoca ero consigliere, presente alla seduta, fui successivamente sentito dalla Digos. Dopo anni fui convocato lo scorso anno a testimoniare al processo. Sostanzialmente dissi che il Dorigo c'entrava poco nel confusione che portò alla sospensione della seduta del Consiglio, c'era sì calca e confusione, come in altre occasioni del resto, ma fu la gestione della Presidenza a rendere non proseguibile la seduta. Fu permessa interlocuzione tra i consiglieri e chi era oltre la balaustra dell'emiciclo, senza, però, che questi fossero ammessi a parlare (bastava lasciar fare un intervento come in altri casi...) più volti chiesi di sospendere per trovarci come capogruppo e raddrizzare la situazione e più volte suggerii l'estrema ratio della seduta a porte chiuse. Nulla. Nessuna capacità di reazione, nessuna volontà di ascolto - l'ignoranza e i preconcetti rendevano la Presidenza diffidente di me - che cavolo d'interessi avrei avuto a dare suggerimenti balzani? Boh! Inoltre fu di fatto lasciata in balia del pubblico la referente del settore politiche sociali, vero obbiettivo della protesta. Potei solo mettermi al suo fianco, per farle sentire almeno vicinanza fisica. Scrivo questo perché leggo sulla Nuova una ricostruzione che in quanto testimone, pur non venendo citato nominalmente, sarei stato "smontato" dall'avvocato della difesa. Al di là che non ricordo nemmeno se mi abbia rivolto domande, ricordo solo una certa stizza alle mie risposte del PM e della sig.ra Giudice, che erano del tenore di cui sopra, e perché sostanzialmente affermavo che il Dorigo poca parte aveva avuto in quella confusione. La stampa giustamente ha ignorato la mia deposizione - ringrazio quando si riesce a evitarmi esposizione mediatica, ma gradirei anche mi rendesse in questa, e in altre occasioni, la cortesia di una ricostruzione coerente dei fatti. O per lo meno delle mie parole.
Rassegna stampa Veneto - Giovedì, 05 aprile 2018
Proteste in Consiglio, assolto Paolo Dorigo. Il sindacalista aveva sostenuto gli occupanti di alcuni alloggi Ater
MIRA - Caso degli alloggi Ater chiusi e occupati in via Borromini, a Mira: il Tribunale di Venezia assolve Paolo Dorigo dall'accusa di interruzione di ufficio per gli scontri avvenuti in consiglio comunale. Il fatto risale all'ottobre del 2012 quando in consiglio, durante la discussione sul concetto di acqua come bene comune, intervennero alcune famiglie indigenti, anche extracomunitarie, con figli piccoli, accompagnate dal sindacalista Paolo Dorigo. Il gruppo chiese all'allora sindaco pentastellato Alvise Maniero di ripristinare l'acqua nelle unità occupate. Al centro del contendere alcuni alloggi chiusi ed inagibili in via Borromini, che richiedevano diverse manutenzioni. In municipio scoppiò un'accesa discussione, l'assemblea fu sospesa per oltre un'ora. Dorigo fu denunciato per interruzione di pubblico ufficio. Nei giorni scorsi il giudice del Tribunale di Venezia, Sonia Bello, ha assolto il sindacalista dall'accusa legata alle proteste sorte durante l'assemblea. Nel corso degli ultimi due anni sono stati sentiti diversi testimoni dell'accusa e della difesa (il Comune di Mira si costituì parte civile). Nel corso dell'ultima udienza è stato ascoltato l'ex consigliere di Mira fuori dal Comune Mattia Donadel, il quale ha fatto presente che la sospensione del consesso, a suo parere, era stata determinata da una incapacità di gestione da parte della presidente del consiglio. Alla luce degli ultimi elementi, anche il pubblico ministero ha chiesto il proscioglimento dell'imputato. Il giudice ha assolto Dorigo. (L.Gia.) IL GAZZETTINO - Giovedì, 05 aprile 2018
Secondo il tribunale di Venezia non ha interrotto il consiglio comunale di Mira. Il sindacalista dello Slai Cobas protestava contro il taglio d'acqua a 5 famiglie
MIRA - La protesta in consiglio comunale a Mira di Paolo Dorigo referente del sindacato Slai Cobas era legittima, non si è trattato di interruzione ai pubblici uffici ma di un legittimo esercizio del diritto di critica politica. A sentenziarlo è stato ieri il Tribunale di Venezia con il giudice Sonia Bello. La protesta si era tenuta la sera del 9 gennaio 2013 nella sala consiliare del municipio. Dorigo era intervenuto in Consiglio mentre si discuteva dell'acqua come bene comune. «Proprio mentre si discuteva di questo tema», spiega Dorigo, «in via Borromini il Comune, all'epoca con il sindaco Alvise Maniero, aveva disposto la chiusura dell'acqua potabile. Protestavamo perché il Comune aveva lasciato senza luce e acqua ben cinque famiglie indigenti. Come manifestanti ce ne andammo solo alle 2 dopo vari interventi e un dibattito, senza che Maniero avesse accettato in alcun modo in quella sede, neppure la proposta, giratagli dal capogruppo Pd, di una assemblea al Parco di via Borromini che portasse alla verifica dello stato della palazzina». Per questa protesta era scattata la denuncia per interruzione di pubblici uffici. Ieri il giudice del Tribunale di Venezia, ha assolto l'imputato al termine del processo, svoltosi in due anni, dopo aver sentito i testimoni dell'accusa e della difesa, patrocinata dall'avvocato di Padova Emanuele Zanarello. Durante l'ultima udienza, è stato sentito l'ex consigliere comunale di "Mira fuori dal Comune" Mattia Donadel il quale ha fatto presente secondo Slai Cobas, che la sospensione del consiglio comunale a suo parere era stata determinata dalla incapacità di gestione da parte della allora presidente del Consiglio comunale Serena Giuliato, del Movimento 5 Stelle. «Nell'udienza precedente i testimoni dell'accusa», spiega lo Slai Cobas, «sono stati smontati dall'avvocato Zanarello, che ne ha fatto emergere le contraddizioni». All'ultima udienza lo stesso pubblico ministero ha chiesto l'assoluzione perché il fatto non sussiste. Il pm ha anche prodotto il volantino distribuito in consiglio e fatto oggetto di indagini penali della Digos avviate su richiesta del Comune di Mira, che non si è costituito poi parte civile. «Il pm», spiegano il sindacato e l'avvocato Zanarello, «ha richiamato esplicitamente l'art. 51 del Codice penale (diritto alla critica politica) oltre ad aver rilevato che non vi era stata invasione dell'emiciclo del Consiglio, che nulla è emerso nel merito a carico di Dorigo. Ha valutato il valore morale dell'impegno politico e sociale dell'imputato ed ha concluso chiedendone l'assoluzione». (Alessandro Abbadir) LA NUOVA VENEZIA - Giovedì, 05 aprile 2018
martedì 20 settembre 2016
di dibattito, referendum e altre amenità
Chiedo nuovamente venia, se torno su questo spazio a farmi sentire, ma in questi giorni, per vie traverse mi sono trovato spesso a rivangare i miei percorsi politici.
Qualche tempo fa, parlandovi di un libro di Eco, avevo posto il tema sull'odierno dibattito politico, così aspro, permeato di acredine, dove la delegittimazione dell'avversario politico, che diventa nemico da uccidere, e la demolizione dell'altrui operato, diventa fine ultimo, anziché la risoluzione dei problemi e l'elaborazione di percorsi condivisi di progresso. E poi vi è l'esagerazione delle questioni l'esacerbazione delle questioni, azioni utili a nascondere le proprie inconcludenze. Paradigma di tutto ciò è la campagna referendaria sul referendum costituzionale, dove si fronteggiano l'un contro l'altro armati due schieramenti, uno invero più variopinto e brancaleonesco dell'altro, tutti e due intenti alla delegittimazione reciproca, ma sopratutto alla cancellazione politica dell'altro. Di fatto il contenuto referendario passa in secondo piano. E' vero che il Presidente del Consiglio è stato il primo a dare un senso di ordalia alla consultazione, e che come strategia pare non concepisca il concetto "a nemico che fugge ponti d'oro", ma preferisca mettere i suoi avversari in un angolo costringendoli gioco forza a veementi reazioni, ma è altresì vero che i suoi avversari non hanno altro obbiettivo che la sua eliminazione e non già la predisposizione di una proposta alternativa, che in realtà non hanno e in molti casi hanno già dimostrato negli anni precedenti di non essere in grado di concretizzarne una. In ogni caso, è principale responsabilità del Governo (e sarebbe anche suo primario interesse) ricondurre la discussione in canoni di concretezza e civiltà, ammesso ci riesca e sopratutto voglia.
Il dibattito ha giunto toni anche odiosi, con ovviamente la paventazione della svolta autoritaria da un lato e il declino totale dall'altra. Ed ha mio avviso conclamato, che comunque vada, il PD non può più essere un punto di riferimento, non avendo un'idea di paese e sopratutto un progetto condiviso. Mi è spiaciuto constatare anche il livello d'imbarbarimento si è diffuso anche nei dialoghi di ciò che resta nella multiforme comunità socialista, dove si accusa di collaborazionismo col renzismo, vassallaggio, accattonaggio chi vota sì e ovviamente si pratica l'odiosa pratica di dispensare patenti di socialismo. Il punto più estremo l'ho visto quando simili accuse sono state rivolte al buon Umberto Veronesi, che sostiene il sì. E' venuta meno in quella comunità, anche il rispetto per figure che indubbiamente hanno dato un contributo positivo a questo paese e oggi davvero non hanno bisogno di mendicare nulla, per cui se assumuno una posizione penso che lo facciano proprio per convinzione. Questo evento mi ha fatto tornare alla memoria le parole di 3 vecchi compagni di militanza socialista, uno oggi non c'è più, che imputavano la fine del PSI non già, o non solo, al destino cinico e baro e all'azione "giudiziario-comunista-finanziaria", ma maggiormente al comportamento della comunità socialista, che non seppe, o non volle, fare quadrato attorno al proprio leader, ai dirigenti che fuggirono come naufraghi aggrappandosi alla prima scialuppa utile, ai socialisti in genere che non seppero trovare motivazioni per rimanere uniti, prestando il fianco agli eventi disgregatori. E questo minò per sempre tutti i tentativi nei vent'anni post '92 di "rifare" il PSI, obbiettivo che rimase (e resta) sempre velleitario e antistorico. Io ci ho messo 12 anni, e molte delusioni, per arrivarci. E le discussioni d'oggi me lo confermano.
Dunque, scusate la digressione, abbiamo una riforma costituzionale che va valutata. V'invito a farlo e mi permetto di segnalarvi alcuni dei testi che ho usato io per documentarmi sia sul Sì che sul No. Oltre che andate a visitare i siti dei comitati per il sì e per il no. I testi che vi ho messo in link sono un po' in "costituzionalese", devo dire che ho imparato che nel fare il "costituzionalista" c'è un livello d'opinabilità quasi sconfortante. Consiglio anche l'ultimo testo del professor Ceccanti, fervente sostenitore della riforma. Poi, quando dovrete tirare le somme, cercate di eliminare i pregiudizi, non pensando a chi è da una parte o dall'altra, ma leggendo laicamente il testo.
Qualche tempo fa, parlandovi di un libro di Eco, avevo posto il tema sull'odierno dibattito politico, così aspro, permeato di acredine, dove la delegittimazione dell'avversario politico, che diventa nemico da uccidere, e la demolizione dell'altrui operato, diventa fine ultimo, anziché la risoluzione dei problemi e l'elaborazione di percorsi condivisi di progresso. E poi vi è l'esagerazione delle questioni l'esacerbazione delle questioni, azioni utili a nascondere le proprie inconcludenze. Paradigma di tutto ciò è la campagna referendaria sul referendum costituzionale, dove si fronteggiano l'un contro l'altro armati due schieramenti, uno invero più variopinto e brancaleonesco dell'altro, tutti e due intenti alla delegittimazione reciproca, ma sopratutto alla cancellazione politica dell'altro. Di fatto il contenuto referendario passa in secondo piano. E' vero che il Presidente del Consiglio è stato il primo a dare un senso di ordalia alla consultazione, e che come strategia pare non concepisca il concetto "a nemico che fugge ponti d'oro", ma preferisca mettere i suoi avversari in un angolo costringendoli gioco forza a veementi reazioni, ma è altresì vero che i suoi avversari non hanno altro obbiettivo che la sua eliminazione e non già la predisposizione di una proposta alternativa, che in realtà non hanno e in molti casi hanno già dimostrato negli anni precedenti di non essere in grado di concretizzarne una. In ogni caso, è principale responsabilità del Governo (e sarebbe anche suo primario interesse) ricondurre la discussione in canoni di concretezza e civiltà, ammesso ci riesca e sopratutto voglia.
Il dibattito ha giunto toni anche odiosi, con ovviamente la paventazione della svolta autoritaria da un lato e il declino totale dall'altra. Ed ha mio avviso conclamato, che comunque vada, il PD non può più essere un punto di riferimento, non avendo un'idea di paese e sopratutto un progetto condiviso. Mi è spiaciuto constatare anche il livello d'imbarbarimento si è diffuso anche nei dialoghi di ciò che resta nella multiforme comunità socialista, dove si accusa di collaborazionismo col renzismo, vassallaggio, accattonaggio chi vota sì e ovviamente si pratica l'odiosa pratica di dispensare patenti di socialismo. Il punto più estremo l'ho visto quando simili accuse sono state rivolte al buon Umberto Veronesi, che sostiene il sì. E' venuta meno in quella comunità, anche il rispetto per figure che indubbiamente hanno dato un contributo positivo a questo paese e oggi davvero non hanno bisogno di mendicare nulla, per cui se assumuno una posizione penso che lo facciano proprio per convinzione. Questo evento mi ha fatto tornare alla memoria le parole di 3 vecchi compagni di militanza socialista, uno oggi non c'è più, che imputavano la fine del PSI non già, o non solo, al destino cinico e baro e all'azione "giudiziario-comunista-finanziaria", ma maggiormente al comportamento della comunità socialista, che non seppe, o non volle, fare quadrato attorno al proprio leader, ai dirigenti che fuggirono come naufraghi aggrappandosi alla prima scialuppa utile, ai socialisti in genere che non seppero trovare motivazioni per rimanere uniti, prestando il fianco agli eventi disgregatori. E questo minò per sempre tutti i tentativi nei vent'anni post '92 di "rifare" il PSI, obbiettivo che rimase (e resta) sempre velleitario e antistorico. Io ci ho messo 12 anni, e molte delusioni, per arrivarci. E le discussioni d'oggi me lo confermano.
Dunque, scusate la digressione, abbiamo una riforma costituzionale che va valutata. V'invito a farlo e mi permetto di segnalarvi alcuni dei testi che ho usato io per documentarmi sia sul Sì che sul No. Oltre che andate a visitare i siti dei comitati per il sì e per il no. I testi che vi ho messo in link sono un po' in "costituzionalese", devo dire che ho imparato che nel fare il "costituzionalista" c'è un livello d'opinabilità quasi sconfortante. Consiglio anche l'ultimo testo del professor Ceccanti, fervente sostenitore della riforma. Poi, quando dovrete tirare le somme, cercate di eliminare i pregiudizi, non pensando a chi è da una parte o dall'altra, ma leggendo laicamente il testo.
Tiro le somme su quello che ho capito io. Si badi, non voglio convincere nessuno, ma semplicemente esprimere un pensiero.
Sarebbe stato meglio se la si fosse fatta un'Assemblea Costituente per riformare la Costituzione? Indubbiamente SI' e io vorrei essere magro, ma si fanno le cose come si può e con le condizioni che ci sono e l'Assemblea Costituente la fai solo se la stragrande maggioranza della forze parlamentari d'accordo nel farla. Oggi non è così. Ieri nemmeno, domani neppure. Dubito dopodomani.
La riforma introduce semipresidenzialismi o premierati forti? NO, e per me questo è un peccato, ma si continua a eleggere un parlamento, quindi rimangono salde le regole di oggi. Questo però, rende evidente come l'Italicum sia un po' slegato dalla riforma. Il doppio turno che imita l'elezione del sindaco non ci sta, se non eleggi il capo del governo, rischia solo di fare confusione, altro che governabilità. Circa le preferenze poi, se è vero che tendezialmente mi piace l'idea di scegliere il proprio candidato, è da dire che difficilmente nel nostro paese si potranno sdradicare i fenomeni degenerativi che vi sono collegati. Una legge elettorale a collegi uninominali, con premio adeguato, con correttivi che evitino la frammentazione e magari con primarie di collegio istituzionalizzate, mi parrebbe il compromesso migliore.
La riforma pone un freno al regionalismo "all'italiana"? Beh direi di SI' e solo per questo varrebbe votarla. La pessima riforma del titolo V targata Ulivo (e di cui molti padri sono oggi nel NO) fa sì che ogni regione interpreti come gli pare la normativa in settori essenziali per la vita del paese, creando contenziosi con lo Stato e generando situazioni di disparità, oltre che sperperi evidenti, la riforma riporta allo stato molti ambiti e sopratutto pone cluasole di supremazia (e mette finalmente un tassello per avviare la fine delle regioni a statuto speciale). E' un elemento tutt'altro che secondario, inoltre, riducendo le competenze regionali, si ridurrano gli ambiti dove gli appettiti delle classi regionali si manifestano, dando origine a talune, fin troppo note, derive corruttive.
La riforma mette tempi chiari all'attività del legislatore? Beh SI', renderà più rapido il tempo per approvare una legge, riducendo l'estenuante assemblearismo tipico del nostro paese, dove i problemi si discutono, ma non si risolvono. Inoltre finirà la fiaba delle leggi di iniziativa popolare, che troveranno obbligo di discussione e i referendum? Beh sarà più facile diventino efficaci (finalmente anche propositivi), ma sarà necessario che siano con un maggior supporto popolare per essere indetti - cosa che per me è positiva, poiché dovrebbe finalmente frenare i referendum strumentali o a vanvera, vedi l'ultimo sulle concessioni per le prospezioni d'idrocarburi.
Ci sono elmenti perfettibili? Certo come in ogni cosa, ma approvare la riforma non impedirà di rimetterci mano, cosa che invece farà il NO. Votare No significa che ci vorranno altri 20 anni forse, per riprovare a riformare il paese, il fronte del No, non solo non ha progetti alternativi, ma ha già dimostrato la sua inconcludenza. Votare No, significa buttare questi ultimi 4 anni del paese e il tempo non è una risorsa rinnovabile. Non è una tragedia, significa solo voler continuare a sguazzare in questa palude in cui ci si dibatte da 20 anni.
Questo paese è fermo, mentalmente in primis. Dobbiamo fare qualcosa, qualsiasi cosa. Tutto è meglio che non fare. Altro che No.
Stavolta, con molto pragmatismo e banale senso pratico, io voto Sì.
Sarebbe stato meglio se la si fosse fatta un'Assemblea Costituente per riformare la Costituzione? Indubbiamente SI' e io vorrei essere magro, ma si fanno le cose come si può e con le condizioni che ci sono e l'Assemblea Costituente la fai solo se la stragrande maggioranza della forze parlamentari d'accordo nel farla. Oggi non è così. Ieri nemmeno, domani neppure. Dubito dopodomani.
La riforma introduce semipresidenzialismi o premierati forti? NO, e per me questo è un peccato, ma si continua a eleggere un parlamento, quindi rimangono salde le regole di oggi. Questo però, rende evidente come l'Italicum sia un po' slegato dalla riforma. Il doppio turno che imita l'elezione del sindaco non ci sta, se non eleggi il capo del governo, rischia solo di fare confusione, altro che governabilità. Circa le preferenze poi, se è vero che tendezialmente mi piace l'idea di scegliere il proprio candidato, è da dire che difficilmente nel nostro paese si potranno sdradicare i fenomeni degenerativi che vi sono collegati. Una legge elettorale a collegi uninominali, con premio adeguato, con correttivi che evitino la frammentazione e magari con primarie di collegio istituzionalizzate, mi parrebbe il compromesso migliore.
La riforma pone un freno al regionalismo "all'italiana"? Beh direi di SI' e solo per questo varrebbe votarla. La pessima riforma del titolo V targata Ulivo (e di cui molti padri sono oggi nel NO) fa sì che ogni regione interpreti come gli pare la normativa in settori essenziali per la vita del paese, creando contenziosi con lo Stato e generando situazioni di disparità, oltre che sperperi evidenti, la riforma riporta allo stato molti ambiti e sopratutto pone cluasole di supremazia (e mette finalmente un tassello per avviare la fine delle regioni a statuto speciale). E' un elemento tutt'altro che secondario, inoltre, riducendo le competenze regionali, si ridurrano gli ambiti dove gli appettiti delle classi regionali si manifestano, dando origine a talune, fin troppo note, derive corruttive.
La riforma mette tempi chiari all'attività del legislatore? Beh SI', renderà più rapido il tempo per approvare una legge, riducendo l'estenuante assemblearismo tipico del nostro paese, dove i problemi si discutono, ma non si risolvono. Inoltre finirà la fiaba delle leggi di iniziativa popolare, che troveranno obbligo di discussione e i referendum? Beh sarà più facile diventino efficaci (finalmente anche propositivi), ma sarà necessario che siano con un maggior supporto popolare per essere indetti - cosa che per me è positiva, poiché dovrebbe finalmente frenare i referendum strumentali o a vanvera, vedi l'ultimo sulle concessioni per le prospezioni d'idrocarburi.
Ci sono elmenti perfettibili? Certo come in ogni cosa, ma approvare la riforma non impedirà di rimetterci mano, cosa che invece farà il NO. Votare No significa che ci vorranno altri 20 anni forse, per riprovare a riformare il paese, il fronte del No, non solo non ha progetti alternativi, ma ha già dimostrato la sua inconcludenza. Votare No, significa buttare questi ultimi 4 anni del paese e il tempo non è una risorsa rinnovabile. Non è una tragedia, significa solo voler continuare a sguazzare in questa palude in cui ci si dibatte da 20 anni.
Questo paese è fermo, mentalmente in primis. Dobbiamo fare qualcosa, qualsiasi cosa. Tutto è meglio che non fare. Altro che No.
Stavolta, con molto pragmatismo e banale senso pratico, io voto Sì.
mercoledì 7 settembre 2016
Il Gioco del Coccodrillo
Altro pregevole intervento del Procuratore Carlo Nordio, su cui dovremmo ben riflettere.
Quando Hitler invase la Polonia,
dopo essersi annesso, con la minaccia o con la forza, vari territori confinanti
- Austria, Sudeti, Boemia e Moravia Churchill disse che i governi europei
avevano fatto il gioco del coccodrillo: avevano
sperato che la bestia divorasse gli altri, senza capire che sarebbero stati
mangiati per ultimi. La strategia del coccodrillo è stata seguita, naturalmente
in guisa più modesta, dai vari partiti della prima repubblica durante la
tangentopoli del ‘92. Incapaci di vincere gli avversari, interni o esterni, con
le armi della politica, si sono affidati allo strumento improprio della
giustizia penale, inventandosi la favola, moralmente ipocrita e giuridicamente
grottesca, che il destinatario dell’informazione di garanzia dovesse, in attesa
del giudizio definitivo, essere estromesso dalle cariche e dalle funzioni. Alla
fine, come era immaginabile, furono travolti anche loro. Questa
strumentalizzazione ingenua e indecorosa si è accentuata nell’era
berlusconiana: tutti ricordano l’azzoppamento del cavaliere dopo la notifica,
peraltro a mezzo stampa, dell’informazione di garanzia durante un convegno
internazionale. Da allora la strategia del coccodrillo ha mietuto vittime praticamente
ovunque. I frutti più recenti sono raccolti dai pentastellati, favoriti dalle
vicende giudiziarie che hanno annichilito, almeno a Roma, i partiti
tradizionali. Benché infatti il programma dei grillini fosse piuttosto vago ed
incerto, il loro appello “all’onestà” è stato vincente e convincente. Come
logico corollario, essi hanno proclamato, con solennità palingenetica, che
anche la semplice iscrizione nel registro degli indagati doveva esser motivo di
allontanamento o di rinunzia alla candidatura. Il coccodrillo era sazio. In
realtà il coccodrillo non si sazia mai. Ed ora, con la vicenda Muraro,
l’appetito è ritornato. Per porvi un freno, gli amministratori romani fanno
quello che hanno fatto tutte le vittime precedenti: attribuiscono
all’informazione di garanzia il suo connotato fisiologico originario, peraltro
desumibile dalla sua stessa struttura lessicale: un atto dovuto, a tutela di
chi lo riceve. E quindi niente dimissioni, si vedrà a indagini concluse. Salvo
il fatto che la Muraro ha omesso di informare che aveva avuto notizia
dell’iscrizione nel registro degli indagati. E adesso fa tardivi distinguo
lessicali con l’avviso di garanzia. Apprendiamo il “revirement” con duplice
esultanza: come modesti giuristi, perché questo concetto lo abbiamo sempre
sostenuto, attirandoci le ire delle vestali del giustizialismo; e come
cittadini, perché pensiamo che le sorti degli eletti dal popolo non debbano
dipendere dalle aleatorie e dilatorie vicende processuali. Tuttavia questa
lodevole conversione garantista è contaminata, e forse compromessa, da due
eventi deplorevoli. Il primo, costituito dagli attacchi indecenti rivolti a
Cantone, al quale lo stesso sindaco aveva chiesto un parere sulla regolarità
della nomina della dottoressa Raineri. La quale, dimessasi tra mille polemiche,
ritornerà presumibilmente a fare il giudice. Un colossale pasticcio che
dimostra, tra l’altro, quanto sia urgente disciplinare l’incompatibilità di una
toga con qualsiasi altra carica extragiudiziale. Il secondo, costituito
dall’ennesima attribuzione ai soliti “poteri forti” di una volontà
complottistica volta a sabotare la giunta neocostituita. Un espediente puerile,
che dimostra l’inavvedutezza critica di chi è stato investito, senza adeguata
esperienza e preparazione, del potere di governare una città tanto complessa.
Sui cui destini già si riprende a gemere. Sperando che non siano, tanto per
restare in tema, lacrime di coccodrillo.
Carlo Nordio
Gazzettino del 6 settembre 2016
sabato 13 agosto 2016
Pape Satan, pape Satan Aleppe...
Ho appena concluso la lettura di Pape Satan Aleppe di Umberto Eco. Ultimo suo libro. Da qui il titolo del post. Con questa lettura ho colmato una mia lacuna letteraria, non avendo mai letto un libro (articoli e interviste sì, libri mai), di Eco. Leggendolo mi sono venute in mente alcune considerazioni, che ho voglia di condividere qui, il libro è una raccolta di 20 anni circa di "Bustine", ossia degli interventi di Eco, nella sua rubrica sull' "Espresso". In questi brevi interventi, dice la sua su tempi che corrono, su vari aspetti, dalla Filosofia, alla Scienza, alla Politica, al Costume, alla Comunicazione, etc etc... Devo dire che in molte osservazioni mi ci ritrovo e altre sono state illuminanti. Ve ne consiglio la lettura, libro corposo, ma di facile lettura e di bello stile. Passato lo spot editoriale, c'è un tema tra quelli trattati che mi sta a cuore. L'uso del linguaggio e l'obbiettività. In più di una bustina Eco osserva come ultimamente siamo fuori misura un po' su troppe cose, non chiamandole con il loro nome, o accapigliandoci su questioni davvero effimere, tendendo all'esasperazione della faziosità e dei termini. Sulla questione più modestamente avevo scritto anch'io, nel mio eremo virtuale (il mio blog personale). Ed è visibile bene anche in questi giorni. Sul tema referendum costituzionale, per esempio, dove ormai si scontrano due fazioni in armi, pronte a tutto. I sostenitori del NO paventano lo scempio della Costituzione, il ritorno dell'Uomo forte, e una sorta di Erdoganizzazione dell'Italia (che da noi sarebbe una Renzizzazione), il primo passo per il totalitarismo... I sostenitori del Sì tacciano di bieco oscurantismo e inconcludenza gli avversari e ovviamente paventano la paralisi del paese se passa il No, con crolli della nostra economia e della nostra credibilità a livello del sistema solare (saremmo alla stregua di Plutone, planetoide notoriamente inaffidabile). Ovviamente in questa discussione ragionare è impossibile, chi lo fa è passibile di essere accusato di collaborazionismo col nemico. Se ne conclude che comunque vada questo referendum il giorno dopo o saremo in dittatura o saremo "a cartoni". Verrebbe da dire che l'unica soluzione sia l'espatrio. Personalmente sul referendum sto meditando, e magari più avanti ne condividerò gli esiti (so che non interessa, ma trovo giusto dare il mio contributo a riempire la rete con riflessioni saccenti). Ora questo modo di porsi non è relegato solo agli esponenti e ai temi nazionali, ma arriva a cascata a livello di singolo elettore, tutti quelli che si sentono "parte" sentono il dovere di intervenire, ma sopratutto di intervenire con il coltello tra i denti. Per cui se uno niente niente dice a mezzabocca un'opinione diverse, magari sui social, diviene giusto subissarlo di contumelie e sopratutto additarlo al pubblico ludibrio. Se l'altro è anch'egli "parte" altra, reagirà pesantemente. La cosa che mi colpisce è che poi tali discussioni non rimangono relegate alle agorà virtuali dei social, ma ne escono, guastando i rapporti interpersonali. Per me ciò, cresciuto nelle riunioni di sezione del PSI di Oriago, dove ho letteralmente visto volare sedie, ma che poi si concludevano sempre al bar tra brindisi e risate, e dove alla fine ci si salutava con "notte compagni aea prossima", tutto questo è difficilmente comprensibile. E non posso dire di non averlo vissuto in prima persona.
Ricordo verso la fine della mia esperienza in politica attiva, durante il dibattito per l'avvio della Città Metropolitana di Venezia, che i detrattori, tra cui va detto, per esempio chi governa Mira ora (e fiancheggiatori), paventavano una sostanziale "fascistizzazione" delle istituzioni locali, la fine della rappresentanza democratica, minacciavano le vie legali, l'incostituzionalità e via dicendo. Nel frattempo chi voleva entrare nel merito era sbertucciato e magari si cercava di non farlo parlare negli incontri pubblici. In talo modo si evitò di porre questioni concrete e di elaborare una posizione chiara. Intanto la città metropolitana è arrivata e non mi pare che il cittadino medio abbia perso particolari libertà... La domanda sorge spontanea: "e' servito questo atteggiamento?" "E' stato utile per il territorio?" E nel frattempo si è pure perso per strado il dibattito sulla Città della Riviera del Brenta, che in seno alla città Metropolitana avrebbe ben altro ruolo. Troppo spesso i nostri Sindaci si dichiarano incapaci su certe questioni perché "manca i schei" "no ghemo el personale" "i gà zà deciso" "staltri comuni gà zà fatto" e via dicendo. Ma come ho già avuto modo di dire, la città della Riviera nei fatti esiste, ne esistono i cittadini, le criticità, le tematiche, non esiste nei servizi, nelle risorse, nella Politica e nell'Istituzione. Ma si sà per qualcuno piccolo è bello. Probabilmente pensa al proprio intelletto.
lunedì 14 settembre 2015
Pragmatismo e concretezza. Anche nelle differenziate
Il tema è caldo e ormai il dado è tratto. Parlo del cambio
di sistema raccolta differenziata a Mira, con l’estensione del sistema “porta a
porta” su tutto il territorio comunale. Scrivo della questione per fare alcune
doverose precisazioni, essendo stato tirato in ballo da più amici e conoscenti
miresi e limitrofi, sia per motivi diciamo “politici” che professionali, non
essendo un segreto che di mestiere faccio il “geologo scoasser”. Preciso quindi, che:
- immagino che il lutto non si ancora stato elaborato da tutti, ma NON sono PIU’ consigliere comunale a Mira da due anni passati, c’è ancora chi mi attacca il discorso con “ti che ti xe in consiglio comunal…”
- La scelta di estendere il porta a porta è stata fatta da QUESTA amministrazione comunale e NON da VERITAS, che anzi avrebbe esteso il sistema dei cassonetti a calotta, che sta dando ottimi risultati in tutti i comuni veneziani che hanno adottato il sistema.
Ciò detto, a questo punto ribadisco la mia posizione, già
espressa a suo tempo quando ero in consiglio. Ritengo che tale scelta dell’amministrazione
sia stata errata, poiché frutto di una posizione ideologica, basata su una
conoscenza parziale del tema “sistema di gestione rifiuti”, che non ha
minimamente considerato la base di conoscenza del sistema esistente, ma che ha
preferito adottare anima e corpo il sistema che era stato assurto a modello dal
M5S, il famoso modello “VEDELAGO”. Orbene quel modello, di cui chi scrive ha
spesso evidenziato delle lacune, ha portato il CENTRO RICICLO VEDELAGO al
fallimento a dimostrazione che non è tutt’oro quel che luccica, ciò nonostante,
l’amministrazione di Mira non ha fatto una piega, non ha ritenuto di porsi delle
domande in merito ed è andata avanti. Oltre a questo l’amministrazione mirese,
come molti per altro, è preda del pensiero unico sulle raccolte differenziate,
frutto per altro di anni d’indottrinamento mediatico, ossia che il “porta a
porta” sia L’UNICO sistema che possa garantire una buona differenziata. In
realtà non è affatto così, i casi di studio sono moltissimi, molti sono i
sistemi efficaci per conseguire l’obbiettivo di una alto livello di riduzione
dell’indifferenziato, stradali, domiciliari, misti. Non esiste un modello
unico, ogni realtà urbana ha le sue caratteristiche, e il sistema di raccolta
va costruito in relazione alla situazione urbanistica-socioeconomica-demografica
di un territorio, non che alla disponibilità impiantistica. Il gruppo Veritas
ha l’indubbio vantaggio di poter governare la filiera dalla raccolta al
recupero, applicando il mix più efficace tra sistema di raccolta e gestione
recupero (nel sistema Veritas convivono più modelli di raccolta, segno inequivocabile
di pragmatismo) elemento di grande pregio, e grandissimo vantaggio, che i
comuni non colgono, però. Nel caso
mirese, l’esperienza maturata in comuni limitrofi, molto simili a Mira,
dimostra l’efficacia del sistema a calotta. E su quella strada concretezza e
pragmatismo avrebbero dettato di lavorare. Qui sta appunto un’altra questione.
Io credo che i comuni dovrebbero dare al gestore obbiettivi di raccolta e di
costo, indirizzi, magari anche tempistiche, la gestione operativa, le scelte
tecniche devono essere lasciate al gestore, che in quanto tale ha cognizione
delle ottimizzazioni e delle possibili migliorie, se non c’entra gli obbiettivi
ne selezioni un altro. Purtroppo, invece, troppo spesso i comuni, si arrogano
una competenza tecnica che non hanno e che una legge non ben scritta pare
comunque riconoscerli, generando spesso gestioni schizofreniche o diseconomiche
dei sistemi di raccolta.
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