martedì 20 settembre 2016

di dibattito, referendum e altre amenità

Chiedo nuovamente venia, se torno su questo spazio a farmi sentire, ma in questi giorni, per vie traverse mi sono trovato spesso a rivangare i miei percorsi politici.
Qualche tempo fa, parlandovi di un libro di Eco, avevo posto il tema sull'odierno dibattito politico, così aspro, permeato di acredine, dove la delegittimazione dell'avversario politico, che diventa nemico da uccidere, e la demolizione dell'altrui operato, diventa fine ultimo, anziché la risoluzione dei problemi e l'elaborazione di percorsi condivisi di progresso. E poi vi è l'esagerazione delle questioni l'esacerbazione delle questioni, azioni utili a nascondere le proprie inconcludenze. Paradigma di tutto ciò è la campagna referendaria sul referendum costituzionale, dove si fronteggiano l'un contro l'altro armati due schieramenti, uno invero più variopinto e brancaleonesco dell'altro, tutti e due intenti alla delegittimazione reciproca, ma sopratutto alla cancellazione politica dell'altro. Di fatto il contenuto referendario passa in secondo piano. E' vero che il Presidente del Consiglio è stato il primo a dare un senso di ordalia alla consultazione, e che come strategia pare non concepisca il concetto "a nemico che fugge ponti d'oro", ma preferisca mettere i suoi avversari in un angolo costringendoli gioco forza a veementi reazioni, ma è altresì vero che i suoi avversari non hanno altro obbiettivo che la sua eliminazione e non già la predisposizione di una proposta alternativa, che in realtà non hanno e in molti casi hanno già dimostrato negli anni precedenti di non essere in grado di concretizzarne una. In ogni caso, è principale responsabilità del Governo (e sarebbe anche suo primario interesse) ricondurre la discussione in canoni di concretezza e civiltà, ammesso ci riesca e sopratutto voglia.
Il dibattito ha  giunto toni anche odiosi, con ovviamente la paventazione della svolta autoritaria da un lato e il declino totale dall'altra. Ed ha  mio avviso conclamato, che comunque vada, il PD non può più essere un punto di riferimento, non avendo un'idea di paese e sopratutto un progetto condiviso. Mi è spiaciuto constatare anche il livello d'imbarbarimento  si è diffuso anche nei dialoghi di ciò che resta nella multiforme comunità socialista, dove si accusa di collaborazionismo col renzismo, vassallaggio, accattonaggio chi vota sì  e ovviamente si pratica l'odiosa pratica di dispensare patenti di socialismo. Il punto più estremo l'ho visto quando simili accuse sono state rivolte al buon Umberto Veronesi, che sostiene il sì. E' venuta meno in quella comunità, anche il rispetto per figure che indubbiamente hanno dato un contributo positivo a questo paese e oggi davvero non hanno bisogno di mendicare nulla, per cui se assumuno una posizione penso che lo facciano proprio per convinzione. Questo evento mi ha fatto tornare alla memoria le parole di 3 vecchi compagni di militanza socialista, uno oggi non c'è più, che imputavano la fine del PSI non già, o non solo, al destino cinico e baro e all'azione "giudiziario-comunista-finanziaria", ma maggiormente al comportamento della comunità socialista, che non seppe, o non volle, fare quadrato attorno al proprio leader, ai dirigenti che fuggirono come naufraghi aggrappandosi alla prima scialuppa utile, ai socialisti in genere che non seppero trovare motivazioni per rimanere uniti, prestando il fianco agli eventi disgregatori. E questo minò per sempre tutti i tentativi nei vent'anni post '92 di "rifare" il PSI, obbiettivo che rimase (e resta) sempre velleitario e antistorico. Io ci ho messo 12 anni, e molte delusioni, per arrivarci. E le discussioni d'oggi me lo confermano.
Dunque, scusate la digressione, abbiamo una riforma costituzionale che va valutata. V'invito a farlo e mi permetto di segnalarvi alcuni dei testi che ho usato io per documentarmi sia sul che sul  No. Oltre che andate a visitare i siti dei comitati per il sì e per il no. I testi che vi ho messo in link sono un po' in "costituzionalese", devo dire che ho imparato che nel fare il "costituzionalista" c'è un livello d'opinabilità quasi sconfortante. Consiglio anche l'ultimo testo del professor Ceccanti, fervente sostenitore della riforma. Poi, quando dovrete tirare le somme, cercate di eliminare i pregiudizi,  non pensando a chi è da una parte o dall'altra, ma leggendo laicamente il testo.
Tiro le somme su quello che ho capito io. Si badi, non voglio convincere nessuno, ma semplicemente esprimere un pensiero.
Sarebbe stato meglio se la si fosse fatta un'Assemblea Costituente per riformare la Costituzione? Indubbiamente SI' e io vorrei essere magro, ma si fanno le cose come si può e con le condizioni che ci sono e l'Assemblea Costituente la fai solo se la stragrande maggioranza della forze parlamentari  d'accordo nel farla. Oggi non è così. Ieri nemmeno, domani neppure. Dubito dopodomani.
La riforma introduce semipresidenzialismi o premierati forti? NO, e per me questo è un peccato, ma si continua a eleggere un parlamento, quindi rimangono salde le regole di oggi. Questo però, rende evidente come l'Italicum sia un po' slegato dalla riforma. Il doppio turno che imita l'elezione del sindaco non ci sta, se non eleggi il capo del governo, rischia solo di fare confusione, altro che governabilità. Circa le preferenze poi, se è vero che tendezialmente mi piace l'idea di scegliere il proprio candidato, è da dire che difficilmente nel nostro paese si potranno sdradicare i fenomeni degenerativi che vi sono collegati. Una legge elettorale a collegi uninominali, con premio adeguato, con correttivi che evitino la frammentazione e magari con primarie di collegio istituzionalizzate, mi parrebbe il compromesso migliore.
La riforma pone un freno al regionalismo "all'italiana"? Beh direi di SI' e solo per questo varrebbe votarla. La pessima riforma del titolo V targata Ulivo (e di cui molti padri sono oggi nel NO) fa sì che ogni regione interpreti come gli pare la normativa in settori essenziali per la vita del paese, creando contenziosi con lo Stato e generando situazioni di disparità, oltre che sperperi evidenti, la riforma riporta allo stato molti ambiti e sopratutto pone cluasole di supremazia (e mette finalmente un tassello per avviare la fine delle regioni a statuto speciale). E' un elemento tutt'altro che secondario, inoltre, riducendo le competenze regionali, si ridurrano gli ambiti dove gli appettiti delle classi regionali si manifestano, dando origine a talune, fin troppo note, derive corruttive.
La riforma mette tempi chiari all'attività del legislatore? Beh SI', renderà più rapido il tempo per approvare una legge, riducendo l'estenuante assemblearismo tipico del nostro paese, dove i problemi si discutono, ma non si risolvono. Inoltre finirà la fiaba delle leggi di iniziativa popolare, che troveranno obbligo di discussione e i referendum? Beh sarà più facile diventino efficaci (finalmente anche propositivi), ma sarà necessario che siano con un maggior supporto popolare per essere indetti - cosa che per me è positiva, poiché dovrebbe finalmente frenare i referendum strumentali o a vanvera, vedi l'ultimo sulle concessioni per le prospezioni d'idrocarburi.
Ci sono elmenti perfettibili? Certo come in ogni cosa, ma approvare la riforma non impedirà di rimetterci mano, cosa che invece farà il NO. Votare No significa che ci vorranno altri 20 anni forse, per riprovare a riformare il paese, il fronte del No, non solo non ha progetti alternativi, ma ha già dimostrato la sua inconcludenza. Votare No, significa buttare questi ultimi 4 anni del paese e il tempo non è una risorsa rinnovabile. Non è una tragedia, significa solo voler continuare a sguazzare in questa palude in cui ci si dibatte da 20 anni.
Questo paese è fermo, mentalmente in primis. Dobbiamo fare qualcosa, qualsiasi cosa. Tutto è meglio che non fare. Altro che No.
Stavolta, con molto pragmatismo e banale senso pratico, io voto Sì.

mercoledì 7 settembre 2016

Il Gioco del Coccodrillo



Altro pregevole intervento del Procuratore Carlo Nordio, su cui dovremmo ben riflettere.

Quando Hitler invase la Polonia, dopo essersi annesso, con la minaccia o con la forza, vari territori confinanti - Austria, Sudeti, Boemia e Moravia Churchill disse che i governi europei avevano fatto il gioco del coccodrillo:  avevano sperato che la bestia divorasse gli altri, senza capire che sarebbero stati mangiati per ultimi. La strategia del coccodrillo è stata seguita, naturalmente in guisa più modesta, dai vari partiti della prima repubblica durante la tangentopoli del ‘92. Incapaci di vincere gli avversari, interni o esterni, con le armi della politica, si sono affidati allo strumento improprio della giustizia penale, inventandosi la favola, moralmente ipocrita e giuridicamente grottesca, che il destinatario dell’informazione di garanzia dovesse, in attesa del giudizio definitivo, essere estromesso dalle cariche e dalle funzioni. Alla fine, come era immaginabile, furono travolti anche loro. Questa strumentalizzazione ingenua e indecorosa si è accentuata nell’era berlusconiana: tutti ricordano l’azzoppamento del cavaliere dopo la notifica, peraltro a mezzo stampa, dell’informazione di garanzia durante un convegno internazionale. Da allora la strategia del coccodrillo ha mietuto vittime praticamente ovunque. I frutti più recenti sono raccolti dai pentastellati, favoriti dalle vicende giudiziarie che hanno annichilito, almeno a Roma, i partiti tradizionali. Benché infatti il programma dei grillini fosse piuttosto vago ed incerto, il loro appello “all’onestà” è stato vincente e convincente. Come logico corollario, essi hanno proclamato, con solennità palingenetica, che anche la semplice iscrizione nel registro degli indagati doveva esser motivo di allontanamento o di rinunzia alla candidatura. Il coccodrillo era sazio. In realtà il coccodrillo non si sazia mai. Ed ora, con la vicenda Muraro, l’appetito è ritornato. Per porvi un freno, gli amministratori romani fanno quello che hanno fatto tutte le vittime precedenti: attribuiscono all’informazione di garanzia il suo connotato fisiologico originario, peraltro desumibile dalla sua stessa struttura lessicale: un atto dovuto, a tutela di chi lo riceve. E quindi niente dimissioni, si vedrà a indagini concluse. Salvo il fatto che la Muraro ha omesso di informare che aveva avuto notizia dell’iscrizione nel registro degli indagati. E adesso fa tardivi distinguo lessicali con l’avviso di garanzia. Apprendiamo il “revirement” con duplice esultanza: come modesti giuristi, perché questo concetto lo abbiamo sempre sostenuto, attirandoci le ire delle vestali del giustizialismo; e come cittadini, perché pensiamo che le sorti degli eletti dal popolo non debbano dipendere dalle aleatorie e dilatorie vicende processuali. Tuttavia questa lodevole conversione garantista è contaminata, e forse compromessa, da due eventi deplorevoli. Il primo, costituito dagli attacchi indecenti rivolti a Cantone, al quale lo stesso sindaco aveva chiesto un parere sulla regolarità della nomina della dottoressa Raineri. La quale, dimessasi tra mille polemiche, ritornerà presumibilmente a fare il giudice. Un colossale pasticcio che dimostra, tra l’altro, quanto sia urgente disciplinare l’incompatibilità di una toga con qualsiasi altra carica extragiudiziale. Il secondo, costituito dall’ennesima attribuzione ai soliti “poteri forti” di una volontà complottistica volta a sabotare la giunta neocostituita. Un espediente puerile, che dimostra l’inavvedutezza critica di chi è stato investito, senza adeguata esperienza e preparazione, del potere di governare una città tanto complessa. Sui cui destini già si riprende a gemere. Sperando che non siano, tanto per restare in tema, lacrime di coccodrillo.

Carlo Nordio
Gazzettino del 6 settembre 2016

sabato 13 agosto 2016

Pape Satan, pape Satan Aleppe...

Ho appena concluso la lettura di Pape Satan Aleppe di Umberto Eco. Ultimo suo libro. Da qui il titolo del post. Con questa lettura ho colmato una mia lacuna letteraria, non avendo mai letto un libro (articoli e interviste sì, libri mai), di Eco. Leggendolo mi sono venute in mente alcune considerazioni, che ho voglia di condividere qui, il libro è una raccolta di 20 anni circa di "Bustine", ossia degli interventi di Eco, nella sua rubrica sull' "Espresso". In questi brevi interventi, dice la sua su tempi che corrono, su vari aspetti, dalla Filosofia, alla Scienza, alla Politica, al Costume, alla Comunicazione, etc etc... Devo dire che in molte osservazioni mi ci ritrovo e altre sono state illuminanti. Ve ne consiglio la lettura, libro corposo, ma di facile lettura e di bello stile. Passato lo spot editoriale, c'è un tema tra quelli trattati che mi sta a cuore. L'uso del linguaggio e l'obbiettività. In più di una bustina Eco osserva come ultimamente siamo fuori misura un po' su troppe cose, non chiamandole con il loro nome, o accapigliandoci su questioni davvero effimere, tendendo all'esasperazione della faziosità e dei termini. Sulla questione più modestamente avevo scritto anch'io, nel mio eremo virtuale (il mio blog personale). Ed è visibile bene anche in questi giorni. Sul tema referendum costituzionale, per esempio, dove ormai si scontrano due fazioni in armi, pronte a tutto. I sostenitori del NO paventano lo scempio della Costituzione, il ritorno dell'Uomo forte, e una sorta di Erdoganizzazione dell'Italia (che da noi sarebbe una Renzizzazione), il primo passo per il totalitarismo... I sostenitori del Sì tacciano di bieco oscurantismo e inconcludenza gli avversari e ovviamente paventano la paralisi del paese se passa il No, con crolli della nostra economia e della nostra credibilità a livello del sistema solare  (saremmo alla stregua di Plutone, planetoide notoriamente inaffidabile). Ovviamente in questa discussione ragionare è impossibile, chi lo fa è passibile di essere accusato di collaborazionismo col nemico.  Se ne conclude che comunque vada questo referendum il giorno dopo o saremo in dittatura o saremo "a cartoni". Verrebbe da dire che l'unica soluzione sia l'espatrio. Personalmente sul referendum sto meditando, e magari più avanti ne condividerò gli esiti (so che non interessa, ma trovo giusto dare il mio contributo a riempire la rete con riflessioni saccenti). Ora questo modo di porsi non è relegato solo agli esponenti e ai temi nazionali, ma arriva a cascata a livello di singolo elettore, tutti quelli che si sentono "parte" sentono il dovere di intervenire, ma sopratutto di intervenire con il coltello tra i denti. Per cui se uno niente niente dice a mezzabocca un'opinione diverse, magari sui social, diviene giusto subissarlo di contumelie e sopratutto additarlo al pubblico ludibrio. Se l'altro è anch'egli "parte" altra, reagirà pesantemente. La cosa che mi colpisce è che poi tali discussioni non rimangono relegate alle agorà virtuali dei social, ma ne escono, guastando i rapporti interpersonali. Per me ciò, cresciuto nelle riunioni di sezione del PSI di Oriago, dove ho letteralmente visto volare sedie, ma che poi si concludevano sempre al bar tra brindisi e risate, e dove alla fine ci si salutava con "notte compagni aea prossima", tutto questo è difficilmente comprensibile. E non posso dire di non averlo vissuto in prima persona. 
Ricordo verso la fine della mia esperienza in politica attiva, durante il dibattito per l'avvio della Città Metropolitana di Venezia, che i detrattori, tra cui va detto, per esempio chi governa Mira ora (e fiancheggiatori), paventavano una sostanziale "fascistizzazione" delle istituzioni locali, la fine della rappresentanza democratica, minacciavano le vie legali, l'incostituzionalità e via dicendo. Nel frattempo chi voleva entrare nel merito era sbertucciato e magari si cercava di non farlo parlare negli incontri pubblici. In talo modo si evitò di porre questioni concrete e di elaborare una posizione chiara. Intanto la città metropolitana è arrivata e non mi pare che il cittadino medio abbia perso particolari libertà... La domanda sorge spontanea: "e' servito questo atteggiamento?" "E' stato utile per il territorio?" E nel frattempo si è pure perso per strado il dibattito sulla Città della Riviera del Brenta, che in seno alla città Metropolitana avrebbe ben altro ruolo. Troppo spesso i nostri Sindaci si dichiarano incapaci su certe questioni perché "manca i schei" "no ghemo el personale" "i gà zà deciso" "staltri comuni gà zà fatto" e via dicendo. Ma come ho già avuto modo di dire, la città della Riviera nei fatti esiste, ne esistono i cittadini, le criticità, le tematiche, non esiste nei servizi, nelle risorse, nella Politica e nell'Istituzione. Ma si sà per qualcuno piccolo è bello. Probabilmente pensa al proprio intelletto.

lunedì 14 settembre 2015

Pragmatismo e concretezza. Anche nelle differenziate



Il tema è caldo e ormai il dado è tratto. Parlo del cambio di sistema raccolta differenziata a Mira, con l’estensione del sistema “porta a porta” su tutto il territorio comunale. Scrivo della questione per fare alcune doverose precisazioni, essendo stato tirato in ballo da più amici e conoscenti miresi e limitrofi, sia per motivi diciamo “politici” che professionali, non essendo un segreto che di mestiere faccio il “geologo scoasser”. Preciso quindi, che:

  1. immagino che il lutto non si ancora stato elaborato da tutti, ma NON sono PIU’ consigliere comunale a Mira da due anni passati, c’è ancora chi mi attacca il discorso con “ti che ti xe in consiglio comunal…” 
  2.   La scelta di estendere il porta a porta è stata fatta da QUESTA amministrazione comunale e NON da VERITAS, che anzi avrebbe esteso il sistema dei cassonetti a calotta, che sta dando ottimi risultati in tutti i comuni veneziani che hanno adottato il sistema.

Ciò detto, a questo punto ribadisco la mia posizione, già espressa a suo tempo quando ero in consiglio. Ritengo che tale scelta dell’amministrazione sia stata errata, poiché frutto di una posizione ideologica, basata su una conoscenza parziale del tema “sistema di gestione rifiuti”, che non ha minimamente considerato la base di conoscenza del sistema esistente, ma che ha preferito adottare anima e corpo il sistema che era stato assurto a modello dal M5S, il famoso modello “VEDELAGO”. Orbene quel modello, di cui chi scrive ha spesso evidenziato delle lacune, ha portato il CENTRO RICICLO VEDELAGO al fallimento a dimostrazione che non è tutt’oro quel che luccica, ciò nonostante, l’amministrazione di Mira non ha fatto una piega, non ha ritenuto di porsi delle domande in merito ed è andata avanti. Oltre a questo l’amministrazione mirese, come molti per altro, è preda del pensiero unico sulle raccolte differenziate, frutto per altro di anni d’indottrinamento mediatico, ossia che il “porta a porta” sia L’UNICO sistema che possa garantire una buona differenziata. In realtà non è affatto così, i casi di studio sono moltissimi, molti sono i sistemi efficaci per conseguire l’obbiettivo di una alto livello di riduzione dell’indifferenziato, stradali, domiciliari, misti. Non esiste un modello unico, ogni realtà urbana ha le sue caratteristiche, e il sistema di raccolta va costruito in relazione alla situazione urbanistica-socioeconomica-demografica di un territorio, non che alla disponibilità impiantistica. Il gruppo Veritas ha l’indubbio vantaggio di poter governare la filiera dalla raccolta al recupero, applicando il mix più efficace tra sistema di raccolta e gestione recupero (nel sistema Veritas convivono più modelli di raccolta, segno inequivocabile di pragmatismo) elemento di grande pregio, e grandissimo vantaggio, che i comuni non colgono, però.  Nel caso mirese, l’esperienza maturata in comuni limitrofi, molto simili a Mira, dimostra l’efficacia del sistema a calotta. E su quella strada concretezza e pragmatismo avrebbero dettato di lavorare. Qui sta appunto un’altra questione. Io credo che i comuni dovrebbero dare al gestore obbiettivi di raccolta e di costo, indirizzi, magari anche tempistiche, la gestione operativa, le scelte tecniche devono essere lasciate al gestore, che in quanto tale ha cognizione delle ottimizzazioni e delle possibili migliorie, se non c’entra gli obbiettivi ne selezioni un altro. Purtroppo, invece, troppo spesso i comuni, si arrogano una competenza tecnica che non hanno e che una legge non ben scritta pare comunque riconoscerli, generando spesso gestioni schizofreniche o diseconomiche dei sistemi di raccolta.

mercoledì 9 settembre 2015

buone intenzioni conducono spesso a risultati catastrofici

Divulghiamo ritenendolo un interessante spunto di riflessione sulla politica d'oggi questo intervento del Procuratore Carlo Nordio.

Giustizia: Roma sotto tutela una scelta obbligata, l'onestà di Marino non basta


di Carlo Nordio
Il Messaggero, 28 agosto 2015

La fondamentale differenza tra Giustizia (intesa sia come etica sia come legalità) e Politica risiede nel fatto che la prima guarda alle intenzioni e la seconda ai risultati. Per la Giustizia uno stesso comportamento può essere criminoso o indifferente a seconda del proposito del suo autore: si può uccidere per odio, o per sbaglio, o per legittima difesa.
In politica questa differenza non vale: quello che conta è il risultato, che dev'essere conforme al programma avallato dagli elettori. In politica, come insegnava un saggio, niente ha più successo del successo.
La vicenda del Comune di Roma, con il sostanziale "commissariamento" del sindaco e del suo seguito, conferma questo principio. Nessuno ha infatti mai dubitato della personale onestà del professor Marino, e del suo fermo disegno di combattere l'immoralità e l'illegalità. Tuttavia nessuno dubita che questo progetto ormai rischi di fallire, e che l'attuale amministrazione non sia attrezzata a sufficienza per fronteggiare i problemi connessi alle attività delle formazioni mafiose esistenti, e alle possibili infiltrazioni di altre in vista del Giubileo.
La decisione del Governo è pertanto comprensibile, e forse anche tardiva. Tuttavia pone due problemi, uno di ordine generale, uno più specifico. Quello specifico riguarda, come è ovvio, la Capitale del Paese. Non sappiamo se il ridimensionamento del sindaco costituisca il verecondo surrogato di una traumatica destituzione, o il primo passo verso le urne, o la conseguenza di faide correntizie o altro. Resta il fatto che, per la prima volta nella storia, si assiste ad una sorta di tutela protettiva imposta dallo Stato a un'amministrazione locale.
Beninteso, il primo ha il diritto e il dovere di vigilare sulla seconda, attuando i controlli e gli interventi che ne impediscano gli errori e ne rimedino le inerzie. Ma questo è sempre avvenuto, appunto, attraverso rimozioni e sostituzioni, mentre ora si assiste a un'inedita curatela di sostegno di cui tra, l'altro, non sarà facile definire limiti e competenze. È, come si è detto, una scelta obbligata. Ma è una scelta che, in un sistema normativo gravato di ricorsi e sospensive rischia di complicare una situazione già caotica.
Il problema generale è forse meno urgente, ma certamente più serio. Esso consiste nel pernicioso pregiudizio, nato da tangentopoli e alimentato dalla ventennale polemica filo e anti berlusconiana, che l'onestà individuale, assistita da solenni esaltazioni moralistiche, costituisca requisito sufficiente per ricoprire efficacemente le più importanti cariche pubbliche. Ora, a parte il fatto che l'onestà non può limitarsi alla purezza del certificato penale, ma deve riflettere quantomeno la disinteressata devozione all'interesse collettivo, essa non garantisce, da sola, il conseguimento dell'utilità nella quale si sostanzia, come si è detto, la buona politica.
Con il risultato che, negli ultimi anni, abbiamo assistito a una proliferazione di candidati di commendevole probità, privi tuttavia della competenza e dell'esperienza idonee all'attuazione di un programma adeguato alle esigenze generali.
Purtroppo parte dell'elettorato, per comprensibili reazioni emotive, ha creduto in questo miraggio ingannevole, dimenticando che le buone intenzioni conducono spesso a risultati catastrofici. Perché le virtù del politico, come insegnava Gibbon, sono essenzialmente diverse: il cervello per comprendere, il cuore per risolversi e il braccio per realizzare. L'onestà, come l'intendenza, deve soltanto seguire.

mercoledì 12 agosto 2015

La Riviera non esiste. I cittadini rivieraschi sì

Ad oltre un mese dal tornado che ha colpito la Riviera del Brenta, continua lo sforzo di solidarietà tra i cittadini per raccogliere fondi per la ricostruzione. Ovviamente infuriano le polemiche per la lentezza delle istitituzioni e per l'ammontare dei soldi che queste metterenno a disposizione del territorio - sempre troppo pochi. Forte discussione e amarezza tra i rivieraschi ha suscitatao la scarsa attenzione che i media nazionali hanno dedicato all'evento, rapidamente scivolato in secondo piano e poco raccontato, specie se paragonato al nubifragio avvenuto qualche giorno fa a Firenze. Qualcuno ha imputato a Renzi, fiorentino, anche questa colpa. In realtà è ovvio che qualcosa che avvenga  a FIRENZE, faccia comunque più notizia di qualcosa che avvenga a Pianiga, Dolo o Mira. Non me ne vogliano i cittadini di queste meravigliose cittadine che amo, Mira è stata a lungo la mia patria, Dolo m'ha dato i natali e a Pianiga ci abitano molti vecchi amici e una delle ragazze più belle che abbia mai conosciuto, ma FIRENZE è FIRENZE, Dolo, Pianiga e Mira restano Dolo, Pianiga e Mira. E sì, perché il tornado non ha colpito la Riviera del Brenta, che non esiste, ma questi tre comuni. Che non esista la Riviera lo dimostra anche l'impossibilità (o l'incapacità) delle tre amministrazioni di fare fronte comune e adottare, per esempio un unico sistema per l'erogazione dei fondi raccolti ai cittadini colpiti dalla calamità. A seconda del comune in cui abiti, avrai un trattamento diverso. Rischi, nella sfiga di essere colpito da un tornado, di essere ulteriormente sfigato se risiedi in un comune piuttosto che in un altro, trovandoti magari penalizzato dai criteri scelti dalla tua amministrazione. E lo dimostra il fatto che i tre comuni non siano riusciti a creare un coordinamento unitario, nominando un porta voce unico, che parlasse per tutte e tre le amministrazioni. Certo, ci fosse stata una Città della Riviera, una comunità di quasi 100mila persone, beh, l'eco sarebbe stato diverso, e il trattamento per i cittadini sarebbe stato almeno unitario. Senza figli e figliastri. E che non esiste la Riviera lo dimostra il fatto che eletto il sindaco di Dolo nel consiglio della città metropolitana, Mira pianga di non sentirsi rapprensentata, non essendoci un "mirese" in consiglio mentropolitano, segno che i comuni della riviera, non hanno saputo/voluto coordinarsi sul tema, esprimendo una posizione unitaria (orbene, ricordo che in fase di avvio dibattito metropolitano, quando nell'altra vita ero ancora consigliere comunale, stigmatizzai il fatto che quelli rivieraschi erano gli unici comuni che non erano riusciti a darsi una posizione unitaria sul tema). Mi si permetta una digressione sul tema:
- il PD piange l'assenza di un mirese - peggio per voi, sarebbe stato più intelligente accettare la proposta di Brugnaro di una lista unitaria, non l'avete voluto fare, inoltre, la guerra totale che avete ingaggiato col nuovo sindaco di Venezia, pare figlia dell'astio per la sconfitta e finirà per spingere sempre più a destra un sindaco che così a destra in partenza non era. Ps: rassegnatevi Venezia potrete rigiocarvela fa 10 anni.
- il Sindaco di Mira piange l'assenza di un mirese - cassato il candidato Pieran, se la prende con i penta stellati astensionisti. Peggio per lui, a questo porta l'aver sfranto, insieme a qualche amico suo, i cosidetti, in fase di dibattito preliminare sulla città metropolitana, dicendo che Venezia metropolitana era inutile, dannosa, una espropriazione di sovranità, surrettiziamente fascista. Alla fine ha convinto i suoi, che logicamente sono stati a casa, non volendo entrarci in un roba del genere. E peggio per lui bis, a questo porta il settarismo, il non creare rapporti anche con le minoranze e i vicini, gli altri son tutti "sporchi" ma poi fanno comodo se servono i voti. Una strategia intelligente avrebbe lanciato una "alleanza mirese" per portare a casa una rappresentanza nel consiglio metropolitano, cosa che un comune di quasi 40mila abitanti merita.
Ecco tutto questo dimostra che la Riviera del Brenta non esiste, ecco perché la Riviera del Brenta non fa notizia, nemmeno se colpia da una calamità eccezionale. Ma esistono i suoi cittadini, che si aiutano, spontaneamente, si parlano, si coordinano, si arrabbiano, si inventano, si informano, si mettono in discussione, si tirano su le maniche. Ecco questi cittadini si meriterebbero davvero, non una città più grande, ma una Grande Città, la grande città della Riviera del Brenta.